Poco sale cuore salvo

27 aprile 2007
Aggiornamenti e focus

Poco sale cuore salvo



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Gli errori che si commettono oggi a tavola ormai li conoscono tutti, anche chi non li evita: eccesso di calorie, grassi animali, zuccheri, carni rosse, alcol, cibi "industriali", scarsità di frutta e verdura, alimenti integrali, fibre, legumi e pesce. Ma c'è un altro protagonista, il sale che oltre a essere spesso aggiunto senza parsimonia alle pietanze è consumato in modo occulto così che non si avverte se si esagera: anche perché gli alimenti già contengono sodio naturalmente. La raccomandazione di stare sotto i sei grammi al giorno così sembra poco seguita, per esempio un'indagine del 2005 di Altroconsumo ha calcolato apporti medi di 10-11 grammi/die in Italia, primatista in Europa con Spagna e Portogallo, rilevando il contributo del sale nascosto in formaggi, salumi, sott'oli, sughi e salse, pane e altri prodotti da forno, compresi dolci e perfino caramelle. L'eccesso cronico di sale è implicato com'è noto nell'ipertensione, ma ora arriva un'imputazione aggravante: la dimostrazione che aumenta il rischio di eventi cardiovascolari. Un effetto che, anche secondo altre ricerche, potrebbe essere indipendente da quello relativo alla pressione.

Eventi diminuiti del 25 per cento


Da uno studio americano giunge infatti la prima evidenza sul lungo periodo - un arco di 10-15 anni - che la riduzione del consumo di sale si associa a minore incidenza di attacchi cardio e cerebrovascolari, cioè infarti miocardici, ictus, morte per le stesse cause, necessità di rivascolarizzazione. I benefici della restrizione dietetica del sodio nel diminuire la pressione nell'ipertensione e nella preipertensione sono emersi da varie ricerche, mentre quelle sugli effetti rispetto a morbilità e mortalità sono limitate e poco conclusive, non abbastanza vaste o di breve periodo. Nel nuovo studio gli autori hanno seguito nel tempo i partecipanti, di 30-54 anni e non ipertesi, a due trial di prevenzione comportamentale dell'ipertensione, TOHP fase I e II, basati su interventi non-farmacologici come perdita di peso, riduzione di sale, gestione dello stress, uso d'integratori, più sessioni di counselling. Nelle due fasi di trial, con follow-up a 18 e 36 mesi, nei trattati con restrizione sodica con o senza altri interventi si sono ottenute diminuzioni, non marcate ma maggiori che con gli altri approcci, di pressione, di escrezione di sodio, d'incidenza d'ipertensione.
Lo studio osservazionale con follow-up di 10-15 anni è stato condotto su 744 partecipanti del TOHP I e 2382 del TOHP II, randomizzati a restrizione di sodio oppure gruppo di controllo. Il risultato finale, dopo le correzioni del caso, è stato un calo del 25% del rischio di eventi cardiovascolari tra gli appartenenti al gruppo d'intervento, diventato del 30% in seguito ad aggiustamenti anche per l'escrezione di sodio e il peso iniziali, con andamento simile per i due trial. In un'analisi secondaria sono stati 67 i soggetti deceduti, 35 nel gruppo d'intervento e 42 nei controlli, cioè nei primi si è avuta una diminuzione del 20% della mortalità; 25 le morti cardiovascolari, 10 per l'intervento e 15 per gli altri.

Effetto oltre quello antipertensivo


Nella valutazione degli autori, in accordo con altre evidenze, l'eccesso di sodio ha effetti cardiovascolari aggiuntivi a quelli sulla pressione, ricordando che l'aumento extracellulare dell'elemento può essere negativo per la reattività vascolare e stimola la fibrosi miocardica, inoltre ci sarebbe una relazione diretta tra apporto di sodio e massa del ventricolo sinistro, che spiegherebbe la riduzione della patologia cardiovascolare nonostante la modesta riduzione di pressione vista nei TOHP. I risultati comunque rafforzano le raccomandazioni a diminuire l'apporto di sale, al fine di prevenire non solo l'ipertensione, ma anche le cardiovasculopatie. Nei gruppi d'intervento degli studi TOHP la riduzione del sodio era del 25-35%, vicina, ma non troppo, a quella del 50% attualmente consigliata negli USA.

Viviana Zanardi



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