Epatite virale - Argomenti

Tante forme molti casi

Esistesse una sola epatite, i discorsi risulterebbero molto più semplici. Ma non è così, e in medicina si distinguono diverse malattie che hanno tutte diritto a questo nome. Tra queste vi è l'epatite virale che però, a sua volta, non è un'entità unica, ma differenti malattie. L'esistenza di diverse epatiti virali, ovviamente, è dovuta al fatto che ciascuna forma è causata da un virus differente e hanno, come si vedrà, caratteristiche molto diverse.

Quante sono le epatiti virali
A oggi sono cinque più una, che ha, però, caratteristiche molto particolari (epatite G).

Epatite A: si trasmette attraverso cibi e acqua contaminati e i contatti interpersonali, quindi la sua diffusione è legata alle condizioni igieniche generali, in particolare la contaminazione da parte di materiale fecale di persone infette, il che, in parole povere, vale in situazioni molto diverse: dal cuoco che non si è lavato le mani dopo essere andato in bagno agli scarichi fognari che contaminano acque dalle quali si prelevano frutti di mare. Provoca una malattia acuta che nei bambini causa pochi sintomi e può anche passare inosservata, mentre negli adulti, di cui il 60/70% è stato vittima anche se in forma asintomatica, è decisamente più grave: produce ittero, costringe a letto per qualche settimana e a volte ha code abbastanza lunghe. Tuttavia non diventa un'infezione cronica e le forme mortali (fulminanti) sono rare. Esiste un vaccino.

Epatite B: si trasmette attraverso il contatto con sangue infetto, quindi trasfusioni, uso di siringhe e altri strumenti medici non sterili, rapporti sessuali orali, genitali e anali non protetti con persone portatrici del virus. E' anche molto facile la trasmissione dalla madre al bambino al momento del parto. Se contratta in giovane età diventa molto spesso cronica: nel 90% dei casi nei neonati, nel 50% tra i bambini. Tra gli adulti si stimano circa 1 milione di persone con infezione da virus B che cronicizza solo nel 5 % dei casi. Esiste un vaccino, obbligatorio per legge dal 1991.

Epatite C: si trasmette attraverso il contatto con sangue infetto come la B, ma il contagio attraverso i rapporti sessuali è più raro, e non è stato provato il contagio da madre a figlio. Diventa infezione cronica in circa la metà delle persone contagiate, ed è ritenuta responsabile di circa il 70 per cento dei casi di cirrosi epatica. Non esiste vaccino, ma può essere prevenuta facilmente con misure di igiene per questo il numero di nuovi casi è oggi molto ridotto nella popolazione italiana. L'altra grande fonte di contagio erano le trasfusioni effettuate con sangue infetto, ma questo è avvenuto in tempi nei quali ancora non si conosceva l'HCV, che è stato identificato nel 1989, e la malattia stessa veniva chiamata epatite non A-non B. Era quindi impossibile effettuare screening del sangue per eliminare le sacche infette. Da allora, però, la situazione è cambiata e, almeno nei paesi industrializzati, oggi si può escludere questa forma di contagio. Esistono circa 1 milione e mezzo di soggetti colpiti dal virus.

Epatite D o delta: è causata da un virus particolare, che non può sopravvivere senza il virus B. Quindi prevenendo con la vaccinazione l'epatite B si elimina anche il rischio del virus delta. La sua azione consiste nel rendere più gravi gli effetti dell'epatite B.

Epatite E: questa malattia assomiglia all'epatite A, in quanto si trasmette prevalentemente attraverso acque contaminate. Non diventa cronica, ma sono frequenti le forme fulminanti soprattutto nelle gravide al 2°-3° mese. In Europa è una rarità, mentre è diffusa in India, Indonesia, Iran e altre aree orientali e medio-orientali. Non esiste vaccino.

Epatite G: L'opinione prevalente tra gli scienziati è che questo virus, identificato nel 1995, sia solo lontanamente simile a quello dell'epatite C. Infatti non è chiarito se provochi effettivamente un'epatite di qualche tipo o malattie a carico di qualche altro organo. Evidentemente può dare luogo a infezioni acute, che spesso guariscono come prova il fatto che in molti soggetti sono stati trovati gli anticorpi che indicano la guarigione. Nelle persone in cui l'infezione è cronica il virus è presente nel sangue e può restarci per anni, ma è raro trovare malattie di fegato associate. L'HGV, in compenso è molto frequente nei pazienti affetti da epatite C causata da trasfusione (nel 10-15%).

I sintomi dell'epatite
Come già detto, nel caso dell'epatite A i disturbi accusati dal paziente pediatrico sono molto spesso lievi, al punto che la malattia può anche passare inosservata. Comunque, l'infezione acuta da epatite A, B e C è caratterizzata nella prima fase da:

  • Malessere generale
  • Perdita dell'appetito
  • Nausea
  • Debolezza
  • Facile affaticabilità
  • Mal di testa
  • Dolori addominali non intensi e difficilmente localizzabili
  • Ittero (la pelle e la sclera assumono un colore giallastro)


In alcuni casi (10-20%), il paziente presenta il quadro classico dell'influenza con febbre (da 37,7 a 38,3) e anche mal di gola, raffreddore e tosse. Le urine tendono a diventare ipercromiche, cioè con una colorazione più intensa. In definitiva, la sintomatologia è poco specifica (cioè non fa pensare immediatamente all'epatite) perché potrebbe essere riferita anche ad altre malattie. Ci sono però alcune circostanze che devono far pensare a un'epatite, per esempio:

  • Recentemente si sono mangiati frutti di mare crudi
  • Si è sofferto di un'intossicazione alimentare
  • Si sono avuti rapporti sessuale non protetti
  • Si sono avuti contatti con persone con deficit immunitari
  • Si è entrati in contatto con sangue o emoderivati
  • Si è fatto uso di stupefacenti con scambio di siringhe

L'epatite cronica, soprattutto la C, non produce sintomi particolarmente evidenti, se non la costante sensazione di spossatezza, che magari si attenua con il riposo, e la scarsa resistenza alla fatica. Non è un sintomo, bensì un segno, clinico, l'ingrossamento della milza o splenomegalia. In effetti, però, la diagnosi di epatite cronica, e la differenziazione tra forma silente e attiva, è compito del laboratorio.

Qual è il vero rischio dell'epatite
Al di là del trascorrere giorni o settimane a letto, o dei rari casi di epatite fulminante (che cioè conduce alla morte per una insufficienza epatica acuta), il vero pericolo dell'epatite è il suo diventare una condizione cronica, cioè il perdurare dell'infezione dopo il primo episodio. Da questo punto di vista, le due epatiti pericolose sono la B e la C.
Quando l'epatite diviene cronica può essere silente, cioè non dare manifestazioni, oppure può essere attiva, perché si ha una continua replicazione dei virus all'interno delle cellule del fegato e questo conduce inevitabilmente a una degenerazione del tessuto di questo organo che, in pratica, muore un po' alla volta. La degenerazione del tessuto epatico viene detta cirrosi. Venendo meno l'attività di una parte più o meno grande del fegato, le funzioni dell'organo diminuiscono, quindi si ha accumulo di tossine nel sangue, viene meno la produzione di enzimi e ormoni, risulta compromesso il metabolismo. La cirrosi non è provocata soltanto dall'epatite cronica (B o C che sia) ma anche da altre malattie o condizioni, per esempio l'alcolismo, l'esposizione ad alcuni agenti tossici e alcuni difetti congeniti (per esempio il deficit di alfa-1 antitripsina). L'altra conseguenza dell'epatite cronica attiva è l'aumento del rischio di carcinoma epatico, un tumore molto aggressivo.
Nell'epatite B cronica attiva, il 25% dei pazienti va incontro a cirrosi, mentre il 5% viene colpito da carcinoma epatico. Per l'epatite C vi è un 15% di pazienti che guarisce spontaneamente, e un 25% in cui non si hanno sintomi evidenti ai test di laboratorio né un deterioramento di rilievo del tessuto epatico. D'altra parte, la cirrosi si sviluppa in una percentuale del 20%, con probabilità di tumore attorno al 5%. Va sottolineato che se non si presenta la cirrosi, non si presenta nemmeno il carcinoma. Attenzione, però, che l'epatite cronica sia attiva o meno, il portatore resta comunque contagioso: certamente il contagio è più facile quanto più il virus si replica e, quindi, più elevato è il suo livello nel sangue (viremia).

Maurizio Imperiali


 

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