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Ultimo aggiornamento: 20/05/05

Colpa del fumo

Sono circa sette milioni gli italiani con asma o broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco) diagnosticati ma potrebbero essere di più visto che si tratta di patologie spesso riconosciute quando ormai i danni sono irreversibili. Ecco perché, a ruota di malattie cardiovascolari e tumori, le malattie dell'apparato respiratorio rappresentano la terza causa di mortalità in Italia. E di queste la Bpco conta per il 55 per cento, oltre la metà, ed è la patologia respiratoria più frequentemente diagnosticata negli ospedali del nostro paese. Una situazione preoccupante che è confermata da Claudio Donner, segretario della società scientifica europea per le malattie respiratorie.

"La Bpco - premette il professore - contempla diverse entità nosologiche che vanno dalla bronchite cronica all'enfisema e sono presenti in entità variabili. Possiamo considerarla perciò più una sindrome che una malattia. Esistono poi casi estremi rappresentati dalle forme croniche pure". Ma che cosa causa la Bpco? "Il fumo è a tutt'oggi la causa di gran lunga più frequente. Oltre il 90 per cento dei casi - spiega il professore - sono determinati, infatti, dal fumo. E non solo attivo. Esistono ormai sempre più studi a supporto della nocività del fumo passivo, in particolare per i bambini con genitori fumatori. Su quattro sigarette fumate una la fuma chi è presente nell'ambiente "intossicato". La malattia è caratterizzata da un'infiammazione cronica delle pareti bronchiali, in cui il ruolo del fumo, con la sua miscela di sostanze in gran parte tossiche e cancerogene, è prevalente. Gli alveoli polmonari dei fumatori sono contraddistinti da un'elevata quantità di globuli bianchi, indice di una significativa sofferenza infiammatoria". La recente legge sul fumo, perciò, è stata utile? "Assolutamente sì. Basti pensare che uno studio che abbiamo condotto di recente presso alcuni ristoranti milanesi, aveva evidenziato come il ristagno del fumo negli spazi per non fumatori, confinanti con quelli per fumatori, rendeva l'ambiente il mattino seguente esattamente inquinato come quello riservato ai fumatori. Come a dire che le presunte separazioni sono assolutamente inutili senza adeguati impianti di aerazione". Tutta colpa del fumo, quindi? "Non solo - risponde Donner - anche l'esposizione a nocivi irritanti in campo professionale è sempre stata una causa rilevante di Bpco". Allora possiamo considerarla una malattia professionale? "Non più. Sia perché le professioni in cui si inalava sono meno comuni, sia perché esistono controlli aziendali molto più ferrei. Tra le cause, poi - riprende il professore - va segnalato anche l'inquinamento, sia ambientale sia domestico. Ma si tratta di una concausa". Che cosa significa? "Non è la causa scatenante ma peggiora le cose in presenza di altre cause scatenanti. Oltretutto le chiusure al traffico in chiave anti-smog sono del tutto risibili dal punto di vista scientifico. Se, infatti, le aziende continuano a inquinare...". Riepilogando, perciò, qual è l'identikit del paziente di Bpco? "Fumatore, non giovane con una predisposizione genetica". Maschio quindi? "Al momento sì, ma considerata l'inversione di tendenza rispetto al fumo (oggi sono sempre più le donne fumatrici) in breve si dovrebbe arrivare al pareggio". Il trend sembrerebbe in crescita, lo conferma? "Si ed è una crescita grave in tutti i paesi occidentali. I numeri variano a seconda dello stato considerato, in Italia la percentuale di incidenza varia tra il 4 e il 5 per cento. Numeri importanti. E' per questo che la commissione ministeriale di cui faccio parte ha appena "deliberato" perché sia considerata malattia sociale". Quali requisiti la rendono tale? "Colpisce un'ampia fascia di popolazione, spesso in età lavorativa e tende a cronicizzare. Anche economicamente, perciò, il peso è importante in virtù dei continui accertamenti periodici, delle cure permanenti e dell'assenteismo lavorativo". E sono solo i costi diretti.

Marco Malagutti

 

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