Allergici al lavoro

20 ottobre 2006

Allergici al lavoro



Purtroppo allergici si diventa comunque, se è presente una predisposizione genetica, ma è chiaro che l'ambiente conta, e molto, nello scatenamento e nell'intensità delle manifestazioni allergiche, in particolare quelle rinologiche.
Quale ambiente? Quello domestico, se si sa che in famiglia è presente un allergico, dovrebbe essere abbastanza sicuro: materassi e cuscini ad hoc, niente tappeti, niente animali domestici, lotta alla polvere ( e agli acari) a tutti i livelli. Peccato che in casa, soprattutto in età scolare e, poi, nella fase produttiva, ci si resti relativamente poco, e la porzione maggiore della giornata si finisca col passarla nelle aule e negli uffici. E questi ambienti, ovviamente, uno li accetta così come sono.
Un'indagine a campione condotta da Gfk-Eurisko, ha valutato in quanti italiani le manifestazioni allergiche si presentano proprio nell'ambiente di studio e lavoro e quale sia il loro giudizio sulle condizioni degli spazi in cui studiano o lavorano (tenendo presente che si tratta del settore terziario, non dell'industria o dell'agricoltura, che hanno probabilmente problemi differenti). Come ha ricordato la dottoressa Isabella Cecchini, responsabile del Dipartimento Ricerche sulla salute di Eurisko, l'indagine non fornisce indicazioni obiettive sugli ambienti, ma riporta quello che ne pensano gli occupanti.

Uno su dieci starnuta in ufficio
Ed ecco i dati, cominciando da quelli sui sintomi. Effettivamente l'indagine conferma il dato epidemiologico generale: c'è un 20% di persone che soffre di disturbi allergici, e l'11% avverte i sintomi nel luogo di studio e di lavoro. Le manifestazioni prevalenti sono quelle tipiche della rinite: starnuti (77%), ostruzione (57%) rinorrea (55%), prurito nasale (52%).
Quando si chiede al campione dei sofferenti a quale causa legata al luogo di permanenza attribuiscono i disturbi, la polvere raccoglie le più ampie indicazioni (60%), il 24% segnala condizioni di rischio proprie dell'ambiente di studio o lavoro (scarsa pulizia, condizionamento eccetera) e il 18 altri fattori che però hanno cpoco a che vedere con l'ambiente in senso stretto, per esempio pollini che entrano dalle finestre.
L'indagine ha anche valutato più dettagliatamente sia la natura delle caratteristiche negative degli ambienti, sia il loro rapporto con l'aumento delle persone che si definiscono sofferenti. Una delle lamentele più diffuse è l'impossibilità di regolare il riscaldamento o il condizionamento (rispettivamente lamentate dal 78 e dal 60% dei sofferenti), ma non è questo uno dei fattori più legati al disturbo. Infatti, l'aumento dei sofferenti più cospicuo si nota nelle situazioni non si possono aprire le finestre (+33% di sofferenti), in cui i sistemi di riscaldamento e raffrescamento dell'aria immettono polveri (+ 31%), l'edificio che ospita uffici e aule risalga a prima del 900 (+24%). Tuttavia, la regina delle cause scatenanti è la presenza di muffe, che determina un aumento del 45% del numero di occupanti che si dichiara allergico.

Umidità è come dire muffe
Subito dopo viene l'umidità (40%) ma è facile intuire che le due cause sono correlate: non c'è muffa senza umidità. "Per capire se un ambiente è infestato dalle muffe basta guardare i vetri delle finestre se attorno alla cornice vi è un centimetro di umidità" spiega il professor Attilio Boner, ordinario di pediatria dell'Università di Verona e responsabile del Centro allergologia pediatrica del Policlinico Borgo Roma del capoluogo veneto. "E' utile anche la regola del sette: se in una casa la temperatura supera di sette o più gradi quella esterna, si è praticamente certi che vi è umidità sufficiente al prosperare delle muffe". In questi casi, spiega l'allergologo, l'unico rimedio è la ventilazione degli ambienti, perché anche il ricorso alle vernici antimuffa, per esempio, è inutile se non controproducente, visto che liberano sostanze irritanti particolarmente fastidiose per chi soffre di asma. E questa notazione riporta al tema degli ambienti e dei possibili interventi. In assenza di indagini dirette, sembra che la prima precauzione da prendere sia evitare di sigillare gli ambienti, la seconda, va da sé la pulizia e la sostituzione dei filtri dei sistemi di climatizzazione. Infine vi è da tener presente che il sempre maggior ricorso alla plastica per gli arredamenti non è esente da colpe: le resine tendono infatti a liberare formaldeide, che è un altro irritante.
Insomma, anche senza pensare alla bioarchitettura, quindi, vi sono interventi alla portata di tutti. E sarebbero convenienti anche economicamente, visto che ogni anno ciascun allergico perde in media 2,3 giorni lavorativi a causa del suo disturbo...

Sveva Prati


Fonte
Conferenza stampa Schering Plough. La percezione dei sintomi respiratori di natura allergica nei luoghi di lavoro e di studio. Milano 13 ottobre 2006


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