Se il lattosio rende intolleranti

06 luglio 2007

Se il lattosio rende intolleranti



Insorgenza di sintomi come crampi addominali, gas intestinali, nausea, vomito, diarrea, a non grande distanza dal pasto. O meglio dopo aver consumato latte o derivati ma anche alimenti molto diversi, con il denominatore comune della presenza di lattosio, zucchero responsabile in molte persone della più diffusa intolleranza alimentare. Di intolleranza si tratta, non di allergia e di una forma che può essere anche molto disturbante, soprattutto per le ripercussioni in età pediatrica sulla partecipazione scolastica e sulle attività sportive e ludiche. Individuarla tuttavia è relativamente agevole e l'ostacolo si può aggirare con soluzioni dietetiche, che non consistono sempre e solo nell'eliminazione di latte e derivati, fonte di nutrienti preziosi per gli organismi in crescita. Concetti ribaditi, oltre che in documenti e linee guida, in un editoriale sul BMJ.

Lattasi per l'adattamento
Il lattosio è un disaccaride, presente solo nel latte dei mammiferi, scisso nei due componenti glucosio e galattosio dall'enzima lattasi, prodotto nei microvilli intestinali. L'attività enzimatica è elevata alla nascita e diminuisce dopo lo svezzamento, fino a essere anche nulla nell'infanzia, una caratteristica su base genetica e con differenze a livello etnico, in relazione alla storia delle civiltà umane; in alcuni popoli infatti è molto presente il fenomeno della persistenza della lattasi in età adulta mentre in altri lo è poco o quasi per niente. Ci sarebbe stato un adattamento evolutivo: l'addomesticamento di ruminanti come bovini e capre ha favorito la sopravvivenza e la possibilità di riprodursi di chi li allevava, cioè la selezione di una mutazione per la produzione di lattasi dopo l'infanzia, che consentiva a chi l'aveva di vivere e avere discendenti. Attualmente l'intolleranza al lattosio riguarda in media il 25% degli europei, ma con bassa incidenza al Nord e alta nel Mediterraneo e tra gli ebrei, elevata è anche tra gli Africani e quasi del 100% tra Asiatici e nativi Americani. In seguito al malassorbimento dello zucchero esso viene metabolizzato dai batteri con produzione di gas e acidi grassi a catena corta, provocando la tipica sindrome; i sintomi dipendono dalla quantità e dal ritmo con cui il lattosio arriva al colon, nonché dalla composizione della locale microflora.

Graduare il latte più che eliminarlo
Il deficit di lattasi si classifica in primario, secondario, congenito e legato allo sviluppo. Il primario è quello del calo post-svezzamento su base genetica ed etnica; il secondario deriva da danni ai microvilli intestinali indotti da infezioni, come la gastroenterite virale acuta (infatti è più comune nei paesi in via di sviluppo), ma può dipendere anche alla celiachia e in questo caso l'intolleranza al lattosio si risolve in seguito alla dieta senza glutine. Il deficit congenito è molto raro e si manifesta alla nascita, mentre l'ultimo tipo è presente nei prematuri e si allevia con la maturazione della mucosa. Quando insorgono i sintomi sospetti dopo ingestione di latte o derivati, il miglioramento con la loro eliminazione e il peggioramento con la reintroduzione in genere sono già una conferma della diagnosi: da ricordare che contengono lattosio anche gelati, panna, alcuni formaggi, dolci, prodotti da forno dolci e salati, cibi precotti. Ci sono anche esami come quello ematico di tolleranza al lattosio, o il più sensibili test del respiro (breath test) dopo ingestione di lattosio, al limite la biopsia intestinale, ma nella netta maggioranza dei casi non è necessario ricorrere al laboratorio. Il trattamento della forma secondaria è rivolto alle cause e può non essere necessario eliminare il latte. Per quella primaria invece è bene individuare la dose tollerabile di lattosio, gran parte dei soggetti possono infatti bere fino a un quarto di litro di latte senza sviluppare i sintomi. Utili il frazionamento in tante piccole assunzioni, il consumo con alimenti come i cereali per rallentare l'impatto del lattosio, il ricorso a yogurt, latte delattosato e prodotti caseari con il lattosio parzialmente idrolizzato, a latte di soia, a integratori di lattasi. Più che eliminare il latte, si sottolinea, bisognerebbe aumentarne gradualmente il consumo; i cambiamenti intestinali indotti permetteranno l'incremento: questa fonte di calcio è infatti troppo importante per la crescita e per prevenire il successivo rischio di osteoporosi e fratture.

Viviana Zanardi


Fonte
Shinjini Bhatnagar, Rakesh Aggarwal. Lactose intolerance. BMJ 2007;334: 1331-2.


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