Eutanasia sì, eutanasia no

20 giugno 2008

Eutanasia sì, eutanasia no



Diane Pretty ha 42 anni e soffre di una malattia degenerativa a livello del controllo neuronale dei movimenti. Chiede al marito di porre fine alle sue sofferenze e vuole che per questo non sia processato. L'Alta Corte ha bocciato la richiesta, che ora deve essere ridiscussa in appello alla Camera dei Lord, principale autorità legale inglese. Richiesta legittima? È la domanda che si sono posti due accademici inglesi in un editoriale pubblicato sul British Medical Journal, che ha riacceso i riflettori sulla questione dell'eutanasia in Gran Bretagna. I due editorialisti sono partiti da un dato di fatto assodato, è possibile legalmente per un medico rifiutare un trattamento terapeutico ad un paziente terminale, nel caso in cui sia dichiaratamente inutile o troppo gravoso. Un'eutanasia passiva, quindi, in base alla quale uno specialista può decidere che una vita non è più degna di essere vissuta e di durare oltre. Il medico per questo non è perseguibile, anzi. Questa modalità terapeutica è considerata una tutela del paziente. Gli editorialisti fanno quindi un passo in avanti. Il confine tra eutanasia passiva ed attiva è molto sottile, perciò se una è accettabile perché non l'altra, quando è comunque mirata a ridurre le sofferenze del paziente per sua stessa volontà? Il dibattito è molto serrato anche alle nostre latitudini. Per molti medici - continuano gli editorialisti inglesi - sarebbe una soluzione giusta e moralmente ineccepibile quella di soddisfare la richiesta di Mrs Pretty. Basterebbe modificare la legge o, per non rivoluzionare troppo l'assetto in vigore, interpretare in modo più aperto la legislazione già esistente. Il problema è che una controparte medica altrettanto rilevante, pur dichiarando grande sensibilità al caso di Diane Pretty, rifiuta in qualsiasi modo modifiche alla legge in vigore sull'eutanasia. Perché? Oltre che per questioni morali - dichiarano i due articolisti inglesi - il problema risiede nella eccessiva vulnerabilità dei pazienti in condizioni così gravi. A nulla sono valse le esperienze sperimentate nello stato dell'Oregon, dove è stato legalizzato il suicidio assistito dal medico, o in Olanda dove è legale l'eutanasia, esperienze che secondo i due medici inglesi evidenziano che cambiare le leggi è possibile. La conclusione dell'editoriale è così piuttosto spregiudicata: è giusto, in determinate circostanze, dare ai pazienti la possibilità di farla finita. Il dibattito è appena cominciato.

Marco Malagutti


Fonte
British Medical Journal 2001;323:1079-1080



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