Razze nonsenso in medicina

24 ottobre 2007

Razze nonsenso in medicina



Il dibattito sulle razze umane è uno dei più antichi della storia eppure resta uno dei più attuali, curiosamente oltre che per l'etica politica proprio per settori molto avanzati del sapere, come la moderna medicina. La genetica soprattutto ha scombussolato le carte e rimesso in discussione categorie come le razze e persino le etnie: per le prime in realtà la vecchia classificazione in Caucasica, Mongolica, Negroide e Australoide è da tempo superata in quanto storica più che scientifica, e legata in passato al tentativo umano di stabilire scale di superiorità e inferiorità. In questo senso hanno destato scalpore le affermazioni di James Watson, Nobel miliare per le scoperte sul DNA, sui neri meno intelligenti dei bianchi. Affermazioni insensate oltre che inaccettabili tanto da essere alla fine ritirate. Anche le due categorie etniche (ispanici o latini e non ispanici o latini) e le cinque razziali (Indiani americani e nativi dell'Alaska, Asiatici, Neri e Afroamericani, Nativo-Hawaiani o abitanti del Pacifico, Bianchi) stabilite per la definizione dei partecipanti agli studi dai National Institutes of Health statunitensi non sono sufficienti. Il fatto è che per la ricerca clinica e la medicina i concetti di razza ed etnia complicano le cose ed espongono a rischi: c'è bisogno di raggiungere un accordo su come usarli esattamente in funzione di variabili e quando utilizzandoli però come aspetti descrittivi e non attribuzioni biologiche, riflettono alcuni autori americani sulla rivista PloS Medicine.

Un aspetto che può confondere
Per esemplificare il problema citano un episodio del telefilm Dr. House, nel quale un paziente nero rifiuta un farmaco anti-insufficienza cardiaca approvato dalla FDA solo per gli Afroamericani: il mio cuore è rosso - dice al medico bianco - il tuo è rosso, non hanno senso due medicine diverse. Chi ha ragione? Quanto è clinicamente importante la valutazione razziale? Nel domandarselo i ricercatori argomentano che questa, a priori, possa portare a diagnosi mancate e trattamenti inappropriati. Infatti la morbilità per determinate patologie non è uniformemente distribuita entro le cosiddette razze ed etnie in tutto il mondo, e considerare il fattore razziale rischia di oscurarne altri, familiari, ambientali, sanitari, legati a migrazioni. Per esempio il glaucoma è più comune tra gli Afroamericani, ma per lo screening è più importante conoscere la storia familiare della malattia che la "razza" di appartenenza. Altro caso è quello esemplificato questa volta da un episodio della serie E.R., in cui la diagnosi di anemia mediterranea viene esclusa in un paziente bianco in quanto "malattia dei neri". L'epidemiologia nel secolo scorso si riferiva vagamente alla razza come a una categoria di persone relativamente omogenee rispetto all'ereditarietà biologica, assumendo cioè un'omogeneità genetica. Man mano che la genetica ha acquisito un peso preminente è emersa invece sempre più un'eterogeneità, per cui per esempio i profili di metabolizzazione dei farmaci possono differire significativamente tra singoli gruppi. Nel caso degli Ace-inibitori, usati per l'insufficienza cardiaca, è stato evidenziato che nei neri agiscono meglio che nei bianchi, ma poi negli studi si è vista una variabilità tra gli stessi neri.

Marcatori descrittivi, non attributivi
Le categorie razziali ed etniche, soltanto descrittive di differenze, costituiscono quindi marcatori insufficienti per la diversa efficacia degli interventi diagnostici e terapeutici. Altri autori sulla stessa rivista ribadiscono che ricercatori e clinici andrebbero incoraggiati a ricorrere a più specifici marker attributivi, che identificano cioè meccanismi causali, che siano genetici o culturali o strutturali. Per esempio, la variabilità degli antigeni d'istocompatibilità è importante rispetto al successo dei trapianti d'organo e ci sono differenze di frequenza entro gruppi etnici e razziali; queste diversità genotipiche non possono però spiegare differenze nell'accesso agli organi e nell'efficacia dei trapianti, piuttosto si devono esaminare i diversi impatti di fattori culturali e strutturali sulla disponibilità di organi. Tutto questo vale per le valutazioni degli studi clinici: d'altra parte oltre alle variabili relative a razze ed etnie ci sono molti possibili fattori confondenti, come genere, età, presenza di malattie, stato socioeconomico, persino, in certi casi, orientamenti sessuali oppure religiosi. Insomma, conclude l'editoriale, in campo biomedico la complessità cresce: il germogliare d'informazioni sul genoma umano e i dati epidemiologici, le terapie farmacologiche a implicazione razziale e le preoccupazioni etiche costringono a confrontarsi con problemi di definizione e a studiare cause e conseguenze delle differenze umane.

Elettra Vecchia

Fonti
Lundy Braun e coll. Racial Categories in Medical Practice: How Useful Are They? PloS September 2007, Volume 4, Issue 9, 1423-8.

George T.H. Ellison e coll. Racial Categories in Medicine: A Failure of Evidence-Based-Practice?PloS September 2007, Volume 4, Issue 9, 1434-6.



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