Questa cura non la voglio

24 ottobre 2003
Focus

Questa cura non la voglio



"La repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana", a partire dall'articolo 32 della Costituzione italiana la salute è, evidentemente, un diritto dell'individuo, ma è sempre vero? Lo è con certezza negli Stati Uniti, E. R. insegna, dove dal 1991 è in vigore la legge sull'autodeterminazione del paziente (Patient self determination act) che ha profondamente modificato l'atteggiamento e la prassi dei medici nei confronti dei propri pazienti. Nella maggior parte dei casi sono loro (i pazienti), e non più i sanitari o i familiari, come avviene per lo più ancora in Italia, a decidere come affrontare le scelte estreme. Si tratta del cosiddetto living will, testamento biologico o direttive anticipate in vita, grazie al quale, secondo i dati dell'American Medical Association ormai il 70% delle morti, negli Stati Uniti, sopravviene dopo la decisione di rinunciare a un possibile trattamento medico o di interrompere quello in corso. In Italia si è ancora lontani dalla situazione americana ma qualcosa si sta muovendo in quella direzione, tanto che concetti come cure palliative, accanimento terapeutico, rifiuto delle cure ed eutanasia passiva sono diventati di uso comune. E lo stesso ministro Sirchia ha di recente proposto la possibilità di un testamento biologico.

La situazione italiana
Anche in Italia l'individuo è titolare di un generale diritto costituzionale a rifiutare ogni terapia la cui obbligatorietà non sia prevista da uno specifico atto legislativo. Non si può perciò certamente parlare di un generico dovere di curarsi o di mantenersi in salute ed il soggetto che non voglia essere sottoposto a trattamenti, anche di sostentamento vitale, ha diritto a che quei trattamenti vengano interrotti. La giurisprudenza italiana, però, pare meno rigorosa dove si tratta di definire il concetto stesso di trattamento sanitario. Nutrizione e idratazione, per esempio, lo sono? Va, infatti, precisato che il legislatore può prevedere degli specifici casi in cui, attraverso particolari procedure di garanzia si possa intervenire coercitivamente ai fini terapeutici o anche diagnostici (è il caso della legge 180 del '78 in tema di trattamento sanitario obbligatorio per le malattie mentali), ma non potrà mai stabilire quali siano le pratiche terapeutiche ammesse, con quali limiti applicarle e a quali condizioni. Tutto si basa perciò sull'autonomia e sulla responsabilità del medico e questo è un punto assai delicato dei rapporti medico-paziente.

Il caso dei testimoni di Geova
Emblematica in questo senso la sentenza (3 aprile '97) di un pretore di Roma che ha ritenuto del tutto legittimo il comportamento dei medici di un ospedale della capitale, i quali, in ottemperanza alle indicazioni di un paziente testimone di Geova, maggiorenne e capace di intendere e di volere che rifiutava le emotrasfusioni, smisero di trasfonderlo determinandone così il decesso. Il pretore ritenne che i medici non avessero commesso alcun reato avendo rispettato l'autodeterminazione del paziente. Un giudizio discutibile in base alle leggi vigenti, visto che il medico nelle ipotesi in cui si verifica una situazione di emergenza sarebbe sempre obbligato a intervenire, come poi rilevato dalla Corte di Cassazione. Ma resta comunque un giudizio che afferma un nuovo modo di concepire il rapporto medico-paziente, dove i doveri del medico vengono sempre più condizionati dai diritti del malato. 

Verso una legge
Ad oggi, comunque, l'ordinamento giuridico italiano non riconosce al soggetto il diritto di disporre pienamente della propria vita, ma recenti iniziative del Ministero della Salute aprono a possibili cambiamenti. Del resto secondo uno studio del Centro di bioetica dell'Università Cattolica di Milano, l'80% dei medici che operano in una ventina di reparti di terapia intensiva ha ammesso di aver praticato l'eutanasia passiva, cioè sospendendo le cure, e spesso senza consultare i familiari. Urge una legge perciò. Un disegno di legge bipartisan è stato presentato in Senato nel luglio scorso. Nel testo si ribadisce il principio di autodeterminazione nel campo delle cure mediche e la consapevolezza che ogni persona ha il diritto di essere protagonista delle scelte riguardanti la sua salute, sia nel senso di accettare, sia nel senso di rifiutare l'intervento medico. Su questa base il provvedimento delle volontà anticipate punta ad offrire al cittadino gli strumenti giuridici per vedere garantito tale diritto anche nel caso di perdita della capacità di decidere o esprimere la propria decisione, consentendogli di disporre anticipatamente in merito al trattamento medico desiderato. Un intervento legislativo ormai indispensabile - come ha dichiarato Maurizio Mori, componente della Consulta di Bioetica - visto che "gli avanzamenti tecnici in campo bio-medico, con la capacità di conoscere e sostenere la vita biologica, impongono scelte precise in proposito, che non sono più demandate o demandabili a terzi".

Marco Malagutti


Fonti
Mori M. "La carta dell'autodeterminazione". UNA CITTÀ n. 69 Giugno/Luglio 1998

La proposta contro l'accanimento terapeutico. Cittadino lex, luglio 2003

Defanti C. A. Non si sfugge alle scelte sulla morte. Tempo Medico, 11 aprile 2002



Cerca nel sito


Cerca in

ARTICOLI     FARMACI     ESPERTO


Cerca il farmaco


Potrebbe interessarti
Bambini obesi oggi, adulti obesi domani
Alimentazione
18 dicembre 2017
Notizie
Bambini obesi oggi, adulti obesi domani
Lo smog intacca anche la salute delle ossa
Salute femminile
15 dicembre 2017
Notizie
Lo smog intacca anche la salute delle ossa
L'esperto risponde