Usa ed Europa divisi sul test

29 giugno 2005

Usa ed Europa divisi sul test



Ogni anno, tre giovani atleti su 100 mila muoiono all'improvviso. E spesso la morte non è il risultato di un eccessivo sforzo, ma la conseguenza di patologie strutturali che, all'insaputa dell'atleta, possono colpire l'aorta, le coronarie o il miocardio. Negli atleti, infatti, anche quelli d'élite, non sono infrequenti aritmie cardiache di ogni tipo. Spesso sono benigne, in certi casi, però, possono essere anche maligne e determinare così una destabilizzazione elettrica tale da portare all'arresto del circolo e alla morte improvvisa. Una situazione complicata dalla diffusione sempre più frequente del doping tra gli atleti professionisti, ma anche amatoriali e occasionali, spesso anche in giovane età. Diventa così fondamentale pianificare il miglior trattamento preventivo e curativo. Di questo si è occupato un articolo del New York Times, dal quale emergono differenze sostanziali tra Stati Uniti ed Europa nei test condotti sugli atleti. E l'Italia è all'avanguardia nel settore.

Un primato europeo
Un impulso a uno screening sempre più sofisticato, infatti, viene proprio dall'Europa e in particolare dall'Italia, dopo l'improvvisa scomparsa di una manciata di atleti professionisti nel decennio passato. Dallo scorso dicembre, perciò, il Comitato Olimpico Internazionale e la Società Europea di Cardiologia raccomandano che gli atleti sotto i 35 anni siano sottoposti a elettrocardiogramma prima di partecipare alle competizioni. Le raccomandazioni europee sono state accolte con favore da alcuni medici americani, non molti per la verità, e da quei genitori che hanno visto morire i loro figli giovanissimi per cardiomiopatia ipertrofica, un anomalo ispessimento del muscolo cardiaco. E gli altri? Sebbene le statistiche dicano che tra i 200 e i 300 atleti dei college statunitensi possano morire ogni anno per morte improvvisa cardiaca, l'establishment medico cardiologico ritiene che l'uso standard di elettrocardiogrammi ed ecocardiogrammi non sia pensabile come piano nazionale. La loro idea è, invece, quella di potenziare le procedure di screening sul posto. Perché questa posizione? Dicono gli americani: le morti sono troppo rare per meritare uno screening cardiovascolare di routine, in più c'è un forte rischio di falsi positivi, fino al 20% degli screening effettuati, e si tratta di un intervento di scarso costo-efficacia. Infine, una difficoltà da non sottovalutare riguarda lo staff da reclutare, l'attrezzatura e il denaro per un numero di atleti oscillante tra i 12 e i 15 milioni. Barry Maron, prestigioso cardiologo americano, in un recente editoriale sullo European Heart Journal dichiara che, pur essendo lodevoli, le iniziative europee in questo settore non tengono conto di altre priorità e portano a un esubero di spesa, oltre a sollevare problemi di responsabilità legali. Quindi, sostengono sempre i cardiologi statunitensi, meglio condurre screening approfonditi solo su giovani che presentino sintomi della malattia o una storia familiare pregressa.

Rifarsi all'eredità
La cardiomiopatia ipertrofica, infatti, è in gran parte ereditaria e colpisce una persona su 500 nella popolazione generale. Peraltro, rispondono in Europa, spesso la morte durante l'evento agonistico è il primo sintomo della malattia e i casi non mancano: dal giocatore di calcio camerunense Vivien Foe, al campione olimpico di pattinaggio Sergei Grinkov. Ecco perché a partire dall'inaccettabilità di simili episodi la Società europea di cardiologia ha pubblicato le sue linee guida, nella convinzione che si possano ridurre i casi dal 50 al 70%. A guidare il gruppo una "squadra" di ricercatori dell'università di Padova, capitanati da Domenico Corrado. A loro si deve uno studio che ha indicato come il rischio di morte improvvisa cardiaca sia tra i giovani atleti di due volte e mezza superiore rispetto ai non atleti. Una evidenza crescente - dice Corrado - dell'importanza dello screening. Gli americani, per ora, sono divisi. Quello che conta però, conclude l'articolo del New York Times, è di essere aperti alle nuove ricerche. Il problema c'è, si tratta di decidere come risolverlo.

Marco Malagutti

Fonte
New York Times, 23 giugno



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