Non solo scompensati

07 maggio 2008
Focus

Non solo scompensati



Lo scompenso cardiaco, quella patologia progressiva per cui il cuore non è più in grado di pompare sangue per le richieste metaboliche dell'organismo, colpisce in tutto il mondo più di 22 milioni di persone. Oltre due milioni di nuove diagnosi e un costo pari a quasi 64 miliardi di euro ogni anno, completano il quadro di una patologia che è la principale causa di ospedalizzazione tra le persone di età pari o superiori a 65 anni, con un aumento dei ricoveri per la sintomatologia correlata del 155% negli ultimi 20 anni. In Europa la patologia interessa 14 milioni di persone, mezzo milione in Italia, con 100000 morti ogni anno e una voce di spesa per il Servizio Sanitario di 625 milioni di euro all'anno. I numeri evidenziano l'entità del problema anche in riferimento al capitolo spesa che rappresenta una delle voci più onerose per il SSN. Pochi studi hanno, però, fino ad ora preso in esame i fattori che contribuiscono al ricovero per scompenso cardiaco, con particolare riferimento alla permanenza in ospedale e alla mortalità. Ci ha pensato uno studio statunitense, pubblicato sugli Archives of Internal Medicine. E lo studio ha grosse ricadute sia sugli esiti clinici della malattia sia su aspetti come la spesa sanitaria.

I fattori in gioco
Visti i numeri della malattia, premette lo studio, capire quali fattori, in particolare quelli evitabili, contribuiscano al suo peggioramento fino al ricovero, è di grande importanza per i medici e potrebbe essere d'aiuto nella gestione della malattia. E i fattori in gioco sono molti. Dalle aritmie alle ischemie miocardiche, alle infezioni respiratorie all'ipertensione fuori controllo fino alla mancata aderenza a farmaci e dieta. Eppure solo pochi fino a ora hanno esaminato la frequenza con cui questi fattori sono presenti tra i pazienti ricoverati per scompenso cardiaco. L'analisi di più ampi campioni di popolazione potrebbe, invece, dare preziose indicazioni sulle ragioni che fanno precipitare la situazione dei pazienti ricoverati. Questo l'obiettivo dello studio in questione, OPTIMIZE-HF, determinare cioè la frequenza con cui i vari fattori in gioco contribuiscono al ricovero per scompenso cardiaco e soprattutto migliorare la comprensione di quanto incidano sugli esiti della malattia.

Conoscere per intervenire
Il database esaminato dagli autori della ricerca riguarda oltre 48000 pazienti con scompenso cardiaco. E di questi un sottogruppo di quasi 5800 sono stati seguiti per i 90 giorni seguenti la dimissione in modo da accumulare ulteriori dati. Oltre il 60% dei pazienti esaminati, con un'età media di 73 anni equamente ripartiti tra uomini e donne, avevano almeno una delle condizioni precedentemente elencate come precipitanti, quelle cioè che possono contribuire ad aggravare la situazione. In particolare problemi respiratori che riguardano il 15,3% dei pazienti, ischemia il 14,7% e aritmia il 13,5% sono quelli più frequenti. I pazienti con infezioni respiratorie, fenomeni ischemici e funzione renale in deterioramento hanno più probabilità di morire in ospedale e di avere un ricovero più lungo. Le cose vanno meglio per chi non ha seguito la dieta raccomandata o non ha tenuto adeguatamente sotto controllo la pressione, forse, osservano gli autori, perché si tratta di aspetti più facilmente trattabili. L'osservazione importante è che per la prima volta, sostengono gli autori, i fattori precipitanti sono stati associati agli esiti clinici dello scompenso a prescindere da altri fattori prognostici. E molto si può fare per prevenirli e per ritardare il più possibile il ricovero. Nel caso delle infezioni respiratorie, per esempio, la raccomandazione della vaccinazione antinfluenzale e antipneumococcica è imprescindibile. L'aumentata attenzione a questi fattori, molti dei quali evitabili, concludono, è determinante nell'ottimizzare la gestione dello scompenso cardiaco. Anche economica.

Marco Malagutti

Fonti
Fonarow GC et al. Factors Identified as Precipitating Hospital Admissions for Heart Failure and Clinical Outcomes. Arch Intern Med. 2008;168(8):847-854



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