Terapia con le statine

20 giugno 2008

Terapia con le statine



Può capitare di appartenere a una famiglia nella quale le cardiopatie associate ai disturbi del metabolismo dei lipidi, si sono più volte e in diversi aspetti manifestate (si tratta di malattie ereditate denominate dislipidemie famigliari). In questi casi, i livelli del colesterolo circolante possono essere elevati fin dall'infanzia e le minacce alle arterie e al cuore cominciano già in giovane età. E' bene pensarci in tempo, perché spesso le malattie di questo genere sono subdole e si manifestano con un evento grave e visibile (angina, infarto, rottura improvvisa di un aneurisma) quando è evidentemente tardi per pensare alla prevenzione primaria. In questi casi, soprattutto in tempi recenti, si è dimostrato efficace il ricorso al farmaco.
Va, in ogni caso, tenuto fermo il principio che la terapia farmacologica di queste condizioni è da riservare a quei casi accertati con sicurezza e che, inoltre, la terapia farmacologica si deve accompagnare sempre alla dietoterapia.
A proposito di farmaci, la maggior parte dei risultati recenti più soddisfacenti, nel tentativo di ridurre la colesterolemia (livello del colesterolo misurabile nel sangue) si deve a una classe di farmaci denominati statine (pravastatina, atorvastatina, cerivastatina, fluvastatina).

Statine:
un meccanismo d'azione che va al cuore del problema
La scoperta di questi farmaci ha destato un grande entusiasmo proprio per il successo che hanno ottenuto in numerosi studi clinici. Il principio d'azione di cui si avvalgono le statine si basa, in breve, su un'attività diretta a ridurre la sintesi del colesterolo endogeno. Questo processo di sintesi avviene normalmente nel fegato e le statine agiscono inibendo (ostacolando e riducendo) l'attività dell'enzima HMG-CoA reduttasi (Hidrossi-Metil-Glutaril-Coenzima A-reduttasi) che, in pratica, è un enzima necessario e indispensabile, senza l'intervento del quale, la sintesi del colesterolo non può avvenire. Le statine appaiono molto efficaci proprio perché il loro effetto di riduzione della colesterolemia si realizza soprattutto a carico della frazione del colesterolo LDL, cioè, come si è detto, riducono il "colesterolo cattivo" a vantaggio di quello "buono". Va detto che questi farmaci non sono privi di effetti collaterali soprattutto a carico del fegato e, in ogni caso, la decisione di assumere un farmaco di questo genere va, più che mai, riservata al medico di famiglia, che dopo attenti accertamenti e con la consulenza di un centro specializzato, potrà intraprendere il cammino del trattamento.

Una terapia per tutta la vita
Va, infine, aggiunto che la terapia farmacologica ipolipidemizzante (volta ad abbassare i livelli dei grassi nel sangue) una volta iniziata, anche in una condizione preventiva primaria (cioè per anticipare un fenomeno acuto ed abbattere il rischio in un soggetto con storia famigliare positiva) non potrà essere più interrotta. Tutto ciò vale, ovviamente anche per i soggetti che vengono diagnosticati come fortemente esposti al rischio, perché, indipendentemente dalla famigliarità, risultano esposti in quanto positivi sia per l'ipercolesterolemia (elevazione del livello del colesterolo misurato nel sangue) sia per l'aggiunta di uno o più dei fattori di rischio citati. In pratica, si proseguirà la cura per sempre, anche se il quadro degli accertamenti di laboratorio migliora. E' tuttavia possibile che, sempre con l'aiuto del medico, si debba controllare il livello del colesterolo nel sangue ad intervalli più ravvicinati (1 volta al mese per il periodo d'inizio) onde stabilire la statina giusta per ogni soggetto che viene sottoposto al trattamento. Inoltre, è pure possibile, che il tipo di statina vada cambiato o che per altri fenomeni intercorrenti debba essere cambiato l'intero approccio.
Insomma, anche se non tutto il colesterolo viene per nuocere, nel caso arrivasse il momento, siamo pronti; anzi ancora meglio, oggi possiamo fare di tutto perché il colesterolo cattivo perda la lotta.

Patrizia Maria Gatti



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