Chirurghi a rischio puntura

05 ottobre 2007

Chirurghi a rischio puntura



Che un aspirante chirurgo, alle prese con bisturi e aghi, possa involontariamente ferirsi di certo non stupisce. Però nel caso specifico dei chirurghi, così come dei medici in generale, alla lesione personale si accompagna il rischio di essere contagiati da malattie come epatite B, epatite C, HIV. Per questo è strano che molti di questi incidenti di percorso non vengano segnalati, precludendo così la possibilità di inserire nel piano di studi anche suggerimenti sulle misure di prevenzione più adeguate.
A quantificare le dimensioni del problema, arrivano i risultati di un'indagine statunitense, pubblicati dal New England Journal of Medicine.
Gli autori hanno distribuito un questionario, agli interni dei reparti di chirurgia generale di diciassette ospedali, per raccogliere informazioni sul numero di incidenti occorsi negli anni di internato e, relativamente alla ferita più recente, dettagli sul paziente (e il rischio d'infezioni connesso), sulle possibili cause del fatto e sul perché non fosse stato segnalato.
I questionari non richiedevano informazioni personali né dati anagrafici ai medici contattati, in questo modo l'anonimato era assicurato e il tasso di risposta è stato molto elevato (95%), dei 741 test distribuiti ne sono ritornati 699 compilati.

Cresce l'abilità, non la sicurezza
Per l'analisi finale i dati sono stati considerati sia nel loro complesso sia raggruppati per anno di corso. La specializzazione in chirurgia generale dura 5 anni ma nello studio rientravano, tra chirurghi dei primi due anni, anche gli specializzandi in branche diverse (ortopedia, otorinolaringoiatria, urologia, chirurgia plastica) perché il corso di studi prevede, a rotazione, anche il training nel reparto di chirurgia generale.
Sul totale degli interni che hanno partecipato allo studio, l'83% si era ferito durante gli anni di specializzazione e il numero medio di incidenti riferiti aumentava con l'anzianità di corso. Se al primo anno, infatti, i medici registravano una media di 1,5 ferite, queste salivano a 3,7 il secondo anno, poi 4,1 il terzo, 5,3 il quarto e 7,7 l'ultimo anno. Ciò significa, in pratica, che all'ultimo anno del corso di specializzazione il 99% dei chirurghi giunge con uno o più episodi, oltre la metà (53%) dei quali si è verificato con un paziente considerato ad alto rischio.
Tornando al dato complessivo, gli incidenti più recenti, e quindi descritti in dettaglio, sono stati 578: il 51% di essi (cioè 297) non è stato segnalato ad un impiegato del servizio sanitario; mentre dei 91 casi in cui era coinvolto un paziente a rischio solo 15 (il 16%) non sono stati riferiti. Nella maggioranza dei casi gli incidenti si sono verificati in sala operatoria, secondo i protagonisti la causa più percepita è la fretta, mentre la mancata segnalazione è dovuta a mancanza di tempo

Carriera e salute
Lo studio evidenzia una elevata percentuale di ferite nel corso dei cinque anni della specializzazione in chirurgia generale; percentuale che, secondo altri studi, non si riscontra poi nei successivi anni da chirurgo. Il periodo di formazione sembra quindi quello di maggiore vulnerabilità, inoltre un'infezione contratta in questa fase potrebbe compromettere, oltre alla salute e ai rapporti sociali del medico, la stessa possibilità di esercitare la chirurgia.
Molti buoni motivi quindi per introdurre programmi di sensibilizzazione volti, da un lato a diminuire il rischio di esposizione professionale e, dall'altro ad istituire procedure di segnalazione, così da garantire ai futuri chirurghi una profilassi tempestiva nei casi a rischio infezione.

Elisabetta Lucchesini

Fonte
Makary MA et al. Needlestick Injuries among Surgeons in Training. N Engl J Med 2007; 356: 2693-2699


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