Si dice midollo, ma...

10 febbraio 2006

Si dice midollo, ma...



Si dice trapianto di midollo, ma la realtà è un po’ diversa, anzi molto. “Attualmente la gran parte dei trapianti avviene prelevando le cellule staminali emopoietiche dal sangue, non dal midollo osseo” spiega Pierluigi Rossi Ferrini, professore onorario di Ematologia dell’Università di Firenze e presidente del comitato scientifico dell’Associazione per la lotta alle leucemie. “Queste cellule possono essere riconosciute perché sulla loro membrana presentano un particolare antigene, che può essere marcato con appositi anticorpi. In questo modo al ricevente vengono trasfuse solo le cellule di cui ha bisogno e non il sangue intero”. Questo diverso approccio è in uso da anni, eppure il pubblico in maggioranza pensa ancora al prelievo invasivo, effettuato dalle ossa del bacino. “Peraltro anche il prelievo dall’osso iliaco presenta disagi molto relativi. Basti pensare che qualche anno fa un ematologo, appassionato sciatore, operò un prelievo da un donatore il venerdì e nel fine settimana se lo ritrovò accanto sulle piste. La tecnica partì con i prelievi da midollo perché è in quella sede che le cellule staminali sono naturalmente presenti, mentre nel sangue non sono di casa. Per renderle disponibili nel sangue in quantità adeguate si ricorre a particolari sostanze, i fattori di crescita granulocitari, che vengono preventivamente somministrate al donatore, oppure si può indurre una temporanea sofferenza, aplasia, del midollo che, una volta cessata, determina un aumento della produzione di cellule staminali, che quindi si riversano nella circolazione”.

Il cordone ombelicale
Queste, però, non sono le sole opzioni possibili. “Infatti esiste un distretto circolatorio in cui le staminali emopoietiche sono presenti in grandi quantità ed è la placenta, per la precisione il sangue che si raccoglie nel cordone ombelicale. Il vincolo di questa fonte è che la quantità di sangue presente nel cordone è limitata perciò, siccome nei trapianti si deve rispettare un certo rapporto tra massa corporea del ricevente e cellule donate, il sangue da cordone ombelicale era impiegato per i trapianti nei bambini”. Si può ovviare a questo inconveniente? “Oggi si procede già a utilizzare due campioni di sangue placentare differenti, così da poter trattare anche un adulto. Inoltre, e questa è una pratica ancora di ricerca, si sta tentando di espandere le cellule staminali emopoietiche, coltivandole per così dire in provetta, fornendo loro non le sostanze nutritive, ma mettendole a contatto con altre cellule mesenchimali del midollo, che ne aiutano la crescita. E’ una sfida importante, perché si deve fare in modo che le cellule staminali si moltiplichino senza perdere le loro caratteristiche, cioè senza che si differenzino in cellule ematiche mature”.

Lunghe ricerche della compatibilità
La donazione resta un punto dolente? “La possibilità del trapianto senza conseguenze, in particolare senza che si presenti il graft versus host disease, cioè il rigetto del resto dell’organismo da parte delle cellule trapiantate, dipende ovviamente dalla compatibilità. In questo caso dal complesso maggiore di istocompatibilità, che è caratteristica ereditaria. Di conseguenza, i donatori più probabili sono i fratelli, ma anche tra fratelli solo uno su 4 si rivela compatibile. Di qui la necessità di ricorrere a una vasta platea di donatori. Oggi esiste un registro mondiale, che comprende più di 10 milioni di potenziali donatori. Oggi il 30-40% dei trapianti viene eseguito attraverso questo registro, ma con il limite dei tempi di ricerca lunghi: da 3 a 6 mesi per trovare una donazione compatibile. Quando il paziente non può attendere tanto, si ricorre al sangue placentare, che presenta anche un ulteriore vantaggio: normalmente la compatibilità va cercata per sei antigeni, mentre con il sangue placentare possono bastarne quattro”.
Quali sono oggi le principali indicazioni per il trapianto di midollo? “Senz’altro la più frequente è la leucemia mieloide acuta del giovane adulto. Però, e questo è un altro progresso, siamo in grado di individuare subito i casi in cui sarà necessario il trapianto da quelli che possono guarire con la chemioterapia, che oggi sono almeno il 40%. Poi vengono i tumori del sangue come linfomi e mielomi. Invece l’aplasia midollare, la condizione in cui il midollo non riesce più a svolgere le sue funzioni, che era l’indicazione principale, oggi può essere trattata in oltre metà dei casi con i trattamenti immunosoppressori”.
E per il futuro? “Si sta studiando la possibilità di trapiantare le cellule staminali emopoietiche per trattare alcune malattie autoimmuni, ma si è ancora nella fase sperimentale”.

Maurizio Imperiali



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