Reni anziani riabilitati

08 febbraio 2006

Reni anziani riabilitati



Nonostante gli innegabili sforzi compiuti negli ultimi tempi, in Italia non si riesce a tener testa all'aumento della domanda di organi. Lo confermano anche i primi dati emersi dal Report 2005 elaborato dal Centro nazionale trapianti e pubblicati dal Sole 24 Ore. Il sistema funziona. L'Italia è al secondo posto in Europa dopo la capolista Spagna, ma il numero dei donatori effettivi tra l'anno appena concluso e il 2004 è rimasto stabile, a quota 21 per milione di persone (pmp). L'obiettivo indicato dall'ultimo Piano sanitario è di 30 donatori pmp. In un simile contesto non può che essere accolta positivamente una ricerca, per di più italiana, pubblicata sul New England Journal of Medicine. La scoperta consentirà, infatti, di aumentare del 20-30% il numero di trapianti di rene eseguiti ogni anno nel nostro paese. Come? Per capirlo abbiamo intervistato Piero Ruggenenti che fa parte del gruppo di ricerca, capitanato da Giuseppe Remuzzi, dell'Istituto Mario Negri e degli ospedali Riuniti di Bergamo. Ma quali sono le premesse dello studio?

Prima la biopsia
“La premessa fondamentale” risponde Ruggenenti “è la carenza di organi e la necessità, perciò, di trovare procedure che permettano di recuperarne di più. Un limite nella donazione è dato dalla difficoltà di trapiantare organi da donatori anziani, oltre i 60 anni. I tentativi fatti nel passato hanno, infatti, determinato molti fallimenti”. E i fallimenti sono parecchio deleteri? “Certo” afferma il ricercatore del Negri. “Innanzitutto dal punto di vista psicologico, visto che il paziente torna in dialisi, poi sotto il profilo dei costi sanitari e, infine, per la difficoltà di avere un nuovo trapianto”. Che cosa è cambiato con la vostra ricerca? “La novità sostanziale risiede nell’utilizzo di due reni, invece di uno solo, da trapiantare nello stesso ricevente. In questo modo la capacità si raddoppia e se uno non ce la fa l’altro può compensare. Un criterio, peraltro, non introdotto da noi ma dal professor Brenner negli anni passati”. E quali sono le novità introdotte da voi? “La novità principale” precisa Ruggenenti “risiede nella centralità della valutazione istologica prima del trapianto. Si tratta di stabilire un criterio che ci dica quando effettuare il trapianto e quando no. Abbiamo così fissato un punteggio che va da 0 a 12. Allo 0 corrisponde il rene “perfetto”, da 0 a 3 si è nell’ambito del rene ideale ed è sufficiente trapiantare un unico organo, da 4 a 6 il rene non è perfetto e si rende necessario il doppio trapianto. Oltre il punteggio di 6 si tratta di organi da scartare. Questo è un primo aspetto importante, poiché permette di definire se il trapianto debba essere singolo o doppio e quali reni siano da scartare. Una tutela importante per il ricevente”. Oltre a questo? “Abbiamo dovuto fissare una modalità per definire se il metodo fosse valido” afferma il ricercatore. “Per cui i 62 trapiantati che avevano ricevuto, da donatori over 60, uno o due reni valutati istologicamente, cioè con biopsia e microscopio, prima dell’intervento, sono stati confrontati con due gruppi di controllo. Il primo era costituito dai controlli cosiddetti negativi, che avevano ricevuto un rene non precontrollato istologicamente da donatori ultrasessantenni, il secondo, dei controlli positivi, che avevano ricevuto un rene non precontrollato da donatori ideali, cioè minori di 60 anni”. E i risultati?

I risultati
"Nei 23 mesi successivi al trapianto" continua Ruggenenti "quattro dei "nostri" pazienti, trapiantati presso i centri di Bergamo, Genova e Padova, sono tornati in dialisi, un numero simile ai pazienti controllo positivi. Un numero, invece, significativamente inferiore a quello dei controlli negativi. Un segnale chiaro che la valutazione istologica è importante a prescindere dall'età dell'organo". Ma quali sono le ricadute della vostra ricerca? "Lo dice l'editoriale del New England che accompagna lo studio, scritto tra l'altro da Frank Delmonico, presidente della principale associazione di raccolta organi negli Stati Uniti", precisa il nefrologo. "Il nuovo approccio permette di eseguire più trapianti con successo e il tutto senza ridurre la qualità. Ora si tratta di mettere in pratica il nuovo sistema. E potrebbe essere più difficile di quanto sembri". Perché? "Ci sono resistenze legate al personale necessario per applicare il metodo. Bisogna, infatti, disporre di una unità di patologia sempre pronta. Un team, cioè, formato da radiologo, nefrologo e patologo che in tempi rapidi facciano la valutazione dell'organo mentre contestualmente si organizza l'intervento. E' fondamentale" aggiunge Ruggenenti "che il Nord Italia Transplant, che ha coordinato il nostro lavoro, incentivi questa evoluzione. E laddove ci siano centri non "all'altezza" si appoggino ai nostri centri che danno tutta la loro disponibilità". Lei è ottimista sulla creazione di questo network? "Direi di sì" afferma convinto. "La ricerca, come ricorda sempre il professor Remuzzi è spesso una realtà complessa. Il primo trapianto nella storia è avvenuto tra mille resistenze e molto scetticismo. Ma si tratta di aprire una porta, una volta che si riesce a infilare il piede, il più è fatto. Ecco noi è come se avessimo infilato il piede dall'altra parte. Il resto se deve venire verrà".

Marco Malagutti

Fonte
Remuzzi G et al. Long-Term Outcome of Renal Transplantation from Older Donors. NEJM 354: 343-352




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