Che succede in farmacia

06 dicembre 2007

Che succede in farmacia



Farmacisti in sciopero, anzi no. Lo scorso novembre l’associazione dei titolari di farmacia aveva minacciato il passaggio all’assistenza indiretta: il cittadino avrebbe dovuto pagare i farmaci prescritti sul ricettario regionale e poi avrebbe dovuto farseli rimborsare. Una forma di protesta estrema che poi è rientrata. Ma per capire come mai si era giunti a quel punto occorre fare un passo indietro. Prima dell’estate, il Senato aveva approvato un emendamento al decreto legge Bersani Ter, cioè la terza tappa delle famose liberalizzazioni. Nell’emendamento si diceva che nelle parafarmacie, così come nei supermercati, si sarebbero potuti vendere anche i farmaci soggetti a prescrizione, ma non quelli rimborsati dal servizio sanitario, ma solo quelli a carico del cittadino: la famosa Fascia C, di cui si parla altrove.
Anche se frutto di un emendamento non presentato dal Governo, la norma ha subito incontrato il favore del ministro Bersani stesso, dei titolari delle parafarmacie e delle associazioni dei consumatori. Al contrario il ministro della Salute, che alla fine dovrebbe essere l’unico direttamente responsabile di questa materia, la Federazione degli Ordini dei farmacisti, Federfarma e le farmacie comunali (Assofarm), si sono dette contrarie.
Le motivazioni dei favorevoli alla misura sono diverse: aumento della concorrenza, discesa dei prezzi di questi farmaci (prezzi però tuttora bloccati per legge da un decreto del precedente ministro della Salute, Francesco Storace) e un maggiore servizio per i cittadini, che avrebbero potuto beneficiare di un più ampio numero di punti vendita (tra supermercati e parafarmacie). I contrari facevano invece presente che non esiste un solo paese al mondo in cui i farmaci etici siano venduti fuori dalle farmacie e che, comunque, queste ultime sono sottoposte a controlli diversi e più stringenti rispetto agli altri esercizi. Ma soprattutto, spiega Maurizio Pace, segretario della Federazione nazionale degli Ordini dei farmacisti “la farmacia, anche se privata, fa parte del Servizio sanitario nazionale, è integrata in un sistema e ha funzioni precise. Gli altri esercizi in cui si vendono farmaci da banco e parafarmaci sono, appunto, esercizi commerciali, tanto che all’estero non esiste nemmeno l’obbligo della presenza del farmacista”.

Un sistema da aggiornare…
L’accusa mossa in generale al sistema farmaceutico italiano, comunque, è di essere ingessato e di non essere abbastanza aperto. Per legge, una farmacia si apre sulla base di un concorso e il numero è chiuso. Di qui l’idea del ministro della Salute, di convocare un tavolo tecnico con i rappresentanti della categoria, l’Agenzia del farmaco e ovviamente i tecnici del Ministero stesso, per elaborare delle proposte che andassero in questo senso. Proposte che si sono concretizzate nell’ampliamento del numero delle farmacie esistenti, circa 2900 in più, alle quali potrebbero aggiungersi anche quelle realizzabili nelle grandi stazioni ferroviarie, negli snodi autostradali e in altri luoghi di forte passaggio. Il Tavolo tecnico ha anche previsto un accesso facilitato a queste nuove farmacie da parte di chi non è titolare. Inoltre, visto che di cittadini si parla, è stata prevista la flessibilità dell’orario di apertura. Però, è il caso di parlare chiaro, il nodo è anche economico: le parafarmacie per resistere economicamente devono contare su un più ampio numero di prodotti. La risposta dei rappresentanti delle parafarmacie (ANPI, FEF e FIEF) è l’etico di fascia C, il Tavolo tecnico propone invece aumentare il numero dei farmaci acquistabili senza ricetta. Con un maggior numero di prodotti da banco l’Italia si avvicinerebbe all’Europa e si esaudirebbe anche una richiesta che da tempo avanzano i produttori di farmaci da automedicazione.
D’altra parte, la compatibilità economica, dicono i titolari di farmacia, esiste anche per loro: c’è l’annoso problema dei ritardi con cui alcune Regioni rimborsano i farmaci, per esempio. E poi, se la farmacia deve offrire servizi, non può, per dirla in parole povere, perdere una parte del mercato.  I critici del sistema, ricordano però che nelle farmacie da tempo si vedono articoli che poco hanno a che fare con la salute, tipo zoccoli e occhiali da sole. Su questo, replicano i farmacisti, si è pronti a fare piazza pulita.

...e un nodo da sciogliere
Le proposte hanno ottenuto l’approvazione del ministro Livia Turco, ma non quella del ministro Bersani. E di fronte ad alcune dichiarazioni da parte della maggioranza di voler procedere comunque al voto sull’emendamento, i titolari minacciarono il passaggio all’indiretta. E ora? Ora la discussione è ripresa e, al Senato, la discussione sulle liberalizzazioni è stata rimandata. Si vedrà.
Ai fini del sistema farmaceutico, però, il pericolo sottostante più grande, che riguarda anche le parafarmacie, è che si assista all’arrivo dei grandi capitali con la creazione di situazioni di monopolio. In Gran Bretagna, per esempio, si è assistito a fenomeni di integrazione in cui l’azienda produttrice ha un unico distributore esclusivo che a sua volta è proprietario di farmacie. Un po’ come se la Fiat, o la General Motors, oltre a costruire auto avessero anche pompe di benzina. Si può essere certi che ci sarebbe l’interesse a fare auto che consumano meno? Non è questione di non fidarsi, è che il conflitto di interessi esiste anche a prescindere da buona fede e correttezza di chi vi è coinvolto.

Maurizio Imperiali





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