Quarta età da assistere

23 marzo 2007

Quarta età da assistere



L'invecchiamento della popolazione, che caratterizza le società del benessere, preoccupa i sistemi sanitari. La stima dell'OMS, d'altronde, parla di un raddoppio delle patologie croniche negli over 65 per il 2030. A ricordare l'incremento della proporzione di anziani è il Bmj in un editoriale di commento a un'analisi che s'interroga su chi assisterà i più anziani, destinati ad aumentare. Per questo si propone un nuovo indicatore demografico che dovrebbe aiutare i governi a valutare le implicazioni dei sostanziali cambiamenti intergenerazionali e formulare strategie d'intervento. Al centro dell'attenzione sono gli oldest old, per noi i "vecchi" cioè convenzionalmente gli over 85 o la quarta età, e la chiave è il rapporto che lega oldest old e young retired cioè pensionati giovani o comunque 50-74enni attivi.

L'onda lunga dei "baby boomer"
Non solo soltanto gli anziani ad aumentare, infatti, ma anche i grandi anziani: basti pensare al nostro paese, dove l'aggiornamento Istat 2005 ha indicato il 19,5% degli italiani oltre i 65 anni d'età, con una previsione del 34% nel 2050, e un numero di centenari (9.269) triplicato in 15 anni. Secondo gli autori ginevrini dell'analisi, il modello degli studi sull'invecchiamento della popolazione, basato sulla suddivisione tra giovani, adulti che lavorano e anziani, non riflette i mutamenti effettivi. Il tasso di dipendenza dei primi e degli ultimi dai secondi inizierà a cambiare attorno al 2010 per l'invecchiamento dei "baby boomer" nati dopo la seconda guerra mondiale. L'invecchiamento della società è caratterizzato dai cambiamenti in proporzione ai diversi gruppi di età: in sequenza prima c'è un calo dei giovani e un aumento di adulti che lavorano, in tempi più lunghi l'inevitabile crescita degli anziani. Invece di questi ultimi, il modello dovrebbe sostituire due classi: i pensionati attivi o "generazione sandwich" che avrà un ruolo crescente nell'assistere i vecchi proporzionalmente in aumento, e appunto i veri vecchi. Quello che conta è il rapporto di sostegno tra i 50-74enni e gli ultra 85enni, cioè tra assistenti e assistiti. Citando l'andamento della Svizzera, questo rapporto è crollato dal 139,7 del 1890 al 13,4 del 2003 e analogo è il trend degli USA; per il 2050 nelle due nazioni si prevede una discesa al 3,5 e al 4,1. Anche a fronte di un calo di disabilità nella vecchiaia, questa dovrebbe diminuire dell'1-2% ogni anno per compensare la progressiva riduzione dei giovani pensionati.

Sempre più badanti
Per fronteggiare la situazione occorrerebbe un forte aumento di risorse pubbliche per l'assistenza, oppure un maggiore coinvolgimento delle famiglie. Ma quest'ultimo è poco realistico, riguardo all'aiuto sia dei mariti (a vivere di più sono le donne) sia dei figli, che poi sono sempre di meno; anche per le figure femminili della famiglia diventa difficile farsi carico di tutti i problemi degli anziani di casa. La terza via, in rapida diffusione, sarà il crescente ricorso a personale di assistenza, infermiere o cosiddette badanti. Una scelta spesso obbligata, che pesa di nuovo sulle famiglie. Per l'Italia, lo dimostra per esempio una recente indagine Censis relativa ai malati di Alzheimer, oggi mezzo milione con una crescita annuale di 80mila nuovi casi che, per l'invecchiamento della popolazione, sarà di 113mila già nel 2020 (di 213mila per tutte le demenze). Il 41% delle 400 famiglie intervistate ha detto di avvalersi di badanti soprattutto straniere e conviventi con il malato, a fronte di 10.600 euro di costi diretti annui a famiglia per la malattia (4.000 in più del 1999) e idealmente decine di migliaia di euro l'anno per assistenza monetizzata e garantita dalla famiglia. Problemi che devono e dovranno affrontare sempre più i governi dei paesi ricchi che, commenta l'editoriale, hanno "barattato" la mortalità e le malattie infantili con il carico dell'assistenza agli anziani.

Viviana Zanardi


Fonte

Jean-Marie Robine et al. Who will care for the oldest people in our ageing society? BMJ 2007;334:570-571.



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