Le tecniche migliorano

13 luglio 2007

Le tecniche migliorano



I progressi della fecondazione assistita aumentano le probabilità di concretizzare il desiderio di maternità delle donne infertili, anche con patologie che la precluderebbero. Molte luci, e qualche ombra, al 23° meeting della Società europea di Riproduzione ed Embriologia umana, a Lione. Una notizia che ha avuto risalto anche sui media è la nascita del primo bambino, una bimba canadese, da un ovocita fatto maturare in laboratorio, congelato e poi scongelato e fecondato; altre tre gravidanze con lo stesso metodo sono in corso. La madre è una delle venti pazienti con sindrome dell'ovaio policistico così trattate a Montreal, prima dimostrazione di successo della tecnica di raccolta di ovociti senza precedente stimolazione ormonale - a volte non attuabile per tempo insufficiente o patologie presenti o controindicazioni - fatti maturare in vitro, poi congelati con la recente tecnica della vitrificazione, scongelati, fecondati e impiantati. Nelle donne infertili per l'ovaio policistico gli ormoni per stimolare l'ovaio possono avere pericolosi effetti indesiderati ed è anche possibile una sindrome da iperstimolazione (OHSS) a rischio, raro, di trombosi e, ancora più raro, di vita. Le potenzialità del metodo, da verificare, sono anche in donne malate di cancro, nelle quali le terapie possono causare infertilità distruggendo la riserva di ovociti.

Stimolazione ovarica personalizzata
Altro sistema promettente per proteggere la fertilità di donne con tumori, ma anche malattie autoimmuni, è quello di uno studio pilota condotto a Melbourne che indicherebbe questa possibilità usando antagonisti dell'ormone di rilascio della gonadotropina (GnRH), impiegati per varie patologie e nei trattamenti di fecondazione in vitro. In donne di 18-35 anni trattate con l'antitumorale ciclofosfamide e con un antagonista GnRH la funzione ovarica è stata temporaneamente soppressa ed è tornata normale al termine della terapia oncologica; nel 94% l'ovulazione e il ciclo sono ripresi entro un anno. Un sistema che permette una stimolazione ovarica personalizzata nella fecondazione assistita e aumenta le chance di gravidanza è poi quello messo a punto in uno studio internazionale coordinato a Parigi. Si tratta di un algoritmo facile e semplice da usare che si basa su quattro fattori predittivi della risposta ovarica misurati di routine quando si ricorre a queste tecniche: i livelli normali di ormone follicolo-stimolante (FSH), l'indice di massa corporea, l'età, il numero di piccoli follicoli in crescita nell'ovaio. Con questo calcolo si ridurrebbe il rischio di stimolazioni insufficienti, ma anche di sindrome d'iperstimolazione (l'OHSS moderata o severa si verifica nel 3-8% dei cicli di fecondazione in vitro). L'algoritmo è stato usato per 161 donne sotto i 35 anni di 18 centri di fecondazione assistita di vari paesi, assegnate in tal modo a cinque diverse dosi di un ormone follicolo-stimolante ricombinante: i tassi di gravidanza sono stati superiori al 30%, quello medio pari al 34,2%, con solo due casi di OHSS severa. Resta da analizzare se la formula sia valida usando altri tipi di FSH e in donne oltre i 35 anni. Potrebbe comunque essere un passo avanti, rispetto alle valutazioni attuali della dose di ormone basate su alcune delle caratteristiche considerate dall'algoritmo, su altri test e sull'esperienza clinica.

Focus su anomalie del cordone e gemelli
Dopo le luci, tra le ombre c'è la possibilità che più sono complesse le procedure di fecondazione assistita più sono probabili anormalità del cordone ombelicale, come suggerirebbe una ricerca su 4.000 gravidanze gemellari condotta a Ghent, Belgio. Da tempo si è osservato che dopo terapie antisterilità possono esserci problemi in termini di peso alla nascita o durata della gravidanza sia nelle singole sia nelle gemellari. Analizzando i cordoni dei gemelli nati con questi trattamenti si sono riscontrate più anomalie, e in relazione alla complessità della tecnica: per esempio il 10,4% di cordoni attaccati alla placenta dopo iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi, contro il 3,6% del concepimento normale. Sembra che se l'embrione sia trasferito in un'area a più scarse condizioni nutritive, la placenta possa spostarsi in una più favorevole, rendendo il cordone più periferico invece che centrale. E un'altra ricerca avrebbe individuato un meccanismo che lega la coltivazione in vitro degli embrioni al maggior numero di nascite gemellari che si registra dopo fecondazione in vitro, circa il 21 per 1.000 contro il 3 per 1.000 normale: un evento non privo di rischi per le donne meno giovani".

Elettra Vecchia

Fonte
23° Annual Meeting of European Society of Human Reproduction and Embriology, 2-4 luglio, Lione.

 



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