Pochi figli e dopo i trenta

25 luglio 2003

Pochi figli e dopo i trenta



Da 2,5 miliardi a 6,3 miliardi è l'andamento della popolazione del globo dal 1950 a oggi e in prospettiva tra 25 anni i terrestri saranno 8,5 miliardi. Si può parlare lo stesso di calo della fertilità? No certamente se si considera il mondo nella sua totalità; sì, invece, se si considerano i tassi di natalità in alcune sue zone e la differenza tra il numero di figli che ogni coppia potrebbe generare e quelli effettivamente partoriti. Nell'Europa del XVIII secolo ogni coppia metteva al mondo dai 5 ai 6 figli, ora perciò, tenuto conto di una serie di variabili (età del matrimonio, durata dell'allattamento, spettanza di vita), ci si aspetterebbe che il numero di figli per coppia sia all'incirca di 10. Cifra evidentemente non realistica, cui fa da contraltare in molte parti d'Europa un tasso di natalità per coppia di 1,5 figli. La prima ragione di questo andamento sta nella scelta consapevole delle coppie di aver pochi figli e di ritardare sempre più il primo. Succede, però, che quando le coppie si decidono, spesso il figlio non arriva. 

Sterilità perché
Si tratta di un problema di sempre più vaste proporzioni che, anche in Italia, coinvolge decine di migliaia di persone. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima intorno al 15-20% le coppie con problemi di fertilità nei paesi industriali avanzati. Tale percentuale è destinata ad aumentare per varie ragioni che vanno dal problema ambientale alla sofisticazione degli alimenti e allo stile di vita. In più la decisione molto comune di ritardare l'età nella quale avere un figlio porta spesso a cercarlo dopo i 30 anni quando la capacità riproduttiva è in calo ed è anche più difficile da curare. Va ricordato, infatti, che la punta massima di fecondità umana è nel periodo che va dai 15 ai 30 anni, quando è del 25%, poi scende vertiginosamente al 12% a 35 anni e al 4% a 40 anni, età dopo la quale le possibilità di aborto spontaneo per malformazioni genetiche salgono al 50%. Una coppia entro i 36 anni può così tranquillamente aspettare i 18 mesi di tentativi prima di consultare uno specialista; invece superati i 36 anni, in particolare per le donne, è meglio mettersi in allarme prima per evitare che sia l'età stessa un freno al concepimento. L'infertilità di coppia è legata nel 35% dei casi al fattore femminile, nel 30% al fattore maschile, nel 20% dei casi si rilevano problemi in ambedue i partner e nel 15% dei casi l'infertilità rimane sconosciuta. Di fronte ad un quadro così desolante e a cambiamenti culturali profondi, che hanno portato molte coppie a credere nel diritto ad avere un figlio e per di più quando si vuole, non resta che la procreazione assistita se l'erede non arriva subito. 

Assistita per quanti
A livello nazionale i dati sulla quantità di ricorsi a questa prestazione sono imprecisi anche perché non c'è obbligatorietà di registro nei circa 290 centri stimati a livello nazionale, la maggior parte privati, che praticano la fecondazione assistita. Basti pensare che i centri diventano 800 se si considerano anche le strutture che non lo fanno in modo esclusivo. In base a conclusioni tratte da ipotesi e indagini sulla popolazione si calcola che cinquantamila coppie ogni anno, per problemi di infertilità o di sterilità o, in genere, per difficoltà ad avere figli si rivolgono ai consulenti medici. Secondo dati del 2001 sono circa 15000 le coppie che ogni anno si rivolgono alla fecondazione assistita (solo FIVET e ICSI) e i "figli della provetta" sarebbero 800, mentre sarebbero un milione quelli nati con le tecniche di fecondazione assistita - tutte non solo "la provetta"- nel mondo. Secondo dati più recenti presentati ad un convegno della SIGO da Luca Gianaroli, direttore della Società italiana studi di medicina della riproduzione (SISMER) e dedotti da un registro europeo, in Italia nascono ogni anno circa 9000 bambini su circa 21000 trattamenti complessivi di fecondazione assistita, contro i 65000 interventi della Germania. Si tratta, tra l'altro, di intervento costosi, visto che si calcola attorno ai 7 milioni il costo medio di un trattamento antisterilità e, in Italia, non a carico del servizio sanitario nazionale.

Quali trattamenti
La situazione non è molto più chiara se si passa a considerare i centri di procreazione medicalmente assistita in Italia e la loro attività. Può essere d'aiuto, però, un'indagine del 2001 condotta dal Laboratorio di Epidemiologia dell'Istituto Superiore di Sanità. Su 384 centri iscritti presso la lista dell'ISS e del Ministero della Salute 54 avevano momentaneamente sospeso l'attività o erano chiusi; 129 (34%) dichiaravano di effettuare solo tecniche di I° livello (inseminazione artificiale con seme autologo fresco) e 199 centri effettuavano tecniche di II° e III° livello, FIVET per lo più (194) ma anche ICSI (161); la GIFT è praticata, invece, solo in 64 centri. Sui centri di II° e III° livello, 126 (63,3%) erano centri privati; 61 (30,7%) centri pubblici e 12 (6%) privati convenzionati. Quanto alla percentuale di successo i valori si assestano attorno al 30%, contro una possibilità naturale pari al 20% ogni mese, una percentuale che aumenta perciò solo leggermente. Ecco perché, secondo la European Society of Human Reproduction and Embryology, va frenata la tendenza di consigliare e di sottoporre le coppie, che non riescono subito a concepire naturalmente un figlio, alle tecniche di riproduzione assistita. Almeno per le coppie sotto i 40 anni: i dati di uno studio europeo, infatti, hanno evidenziato come la stragrande maggioranza delle donne prese in esame non è rimasta incinta nel primo anno di tentativi, ma lo è rimasta nel secondo. Aspettare con pazienza e lasciar fare alla natura, suggeriscono i ricercatori. Almeno per i primi due anni. 

Marco Malagutti


Fonti

Leridon H. Interactions between reproductive capacity and social changes. Physiopathology of Human reproduction. Milano, 2001

La Vecchia C. Italia: possibili cause della ridotta natalità. Physiopathology of Human reproduction. Milano, 2001

Te Velde E. R. et al. Concerns about assisted reproduction. Lancet 1998, 351 



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