In piscina con cautela

13 maggio 2005

In piscina con cautela



Sicuro al 99% per cento significa che è molto sicuro, ma anche che una volta su 100 le cose possono andare male. E' bene ricordarlo quando si leggono studi come quello dedicato al parto in acqua e apparso sul British Medical Journal. In effetti si tratta della segnalazione di un caso avvenuto al King's College Hospital di Londra e riguarda il figlio di una donna di 34 anni, alla sua prima gravidanza, sana e senza complicanze di sorta. Nel corso del parto in piscina il neonato non ha avuto bisogno di rianimazione o di particolari manovre ma, al controllo dopo un'ora, i medici hanno constatato che aveva il respiro difficoltoso, con un suono simile al grugnito, tipico dello stress respiratorio. Poiché il respiro dopo tre ore non si era normalizzato il piccolo è stato ricoverato nel reparto di cure intensive: non aveva febbre, ma mostrava il respiro accelerato e, per mantenere livelli adeguati, si è dovuto ricorrere all'ossigeno. Antibioticoterapia, accertamenti radiologici e la conclusione che il bambino doveva il suo stato all'aspirazione di acqua che aveva causato l'edema polmonare.

Un riflesso annulla l'altro
In effetti l'aspirazione dovrebbe essere scongiurata dal riflesso naturale che mantiene chiusa l'epiglottide del neonato (nell'uomo come nei mammiferi) finché non entra in contatto con l'aria. Tuttavia se il piccolo è davvero a corto di fiato, può ben succedere che il riflesso naturale venga cancellato da un altro e più forte riflesso, quello di far affluire aria ai polmoni. Di conseguenza è possibile cominci a boccheggiare mentre è ancora sommerso causando l'ingresso di acqua nei polmoni. Lo stesso meccanismo dell'affogamento, dunque, che però, dicono gli esperti, si verifica soltanto se il bambino è alle strette, cioè in grave ipossia. Quello londinese non è l'unico caso: sempre in Gran Bretagna, un rapporto condotto sui parti dal 1994 al 1996 segnalava due altri episodi di aspirazione dell'acqua, e non sono i soli. D'altra parte, la pratica del parto in piscina si è diffusa in modo relativamente rapido per alcuni vantaggi che offre o che pare offrire, visto che poi non sono stati condotti molti studi al riguardo. Per esempio, si riduce notevolmente il ricorso all'anestesia epidurale, e le partorienti accusano un dolore inferiore. Questo per restare ai dati obiettivabili, perché poi è convinzione diffusa che questa modalità di venire alla luce sia meno traumatica per il bambino (che però non può testimoniarlo direttamente).

Qualche altro incidente
D'altra parte, gli autori ricordano che l'aspirazione di acqua non è il solo incidente che può presentarsi. Sono stati riportati casi di polmonite, di rottura del cordone ombelicale con conseguente emorragia, persino encefalopatia da ischemia ipossica. Tutti molto rari, certo, ma che andrebbero considerati e, soprattutto, fatti presenti alle madri. Inoltre, sarebbe il caso che si facesse il massimo per avviare a questo tipo di parto soltanto donne in ottimo stato di salute, con gravidanze esenti da qualsiasi anomalia. E' vero che poi lo stress respiratorio o altri incidenti possono presentarsi anche nei parti tradizionali, però è saggio non cercare guai.E il bambino del King's College Hospital di Londra? Se l'è cavata: dopo tre giorni di terapia i segni dell'edema polmonare, alla radiografia, non c'erano più e alla visita di controllo dopo tre mesi si mostrava in perfetta forma.

Maria Rita Nici

Fonte
Kassim Z et al. Underwater birth and neonatal respiratory distress. BMJ. 2005 May 7;330(7499):1071-2.



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