Venticinque anni fa...

07 giugno 2006

Venticinque anni fa...



Il 5 giugno 1981, il Centers for Disease Control di Atlanta (CDC) pubblicò sul Morbidity and Mortality Weekly Report uno studio che per la prima volta identificava l'AIDS. Allora si parlava di "una nuova malattia che affligge gli uomini gay". Le cose da quel dì sono cambiate, ma un punto resta fermo: la malattia è fatale. A oggi, recita un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite per l'occasione, si contano 25 milioni di morti e 65 milioni di contagiati in un periodo di tempo di 25 anni. E nonostante il virus rappresenti ancora oggi un problema irrisolto, come spiega il direttore esecutivo dell'UNAIDS, Peter Piot "i risultati incoraggianti ottenuti nel settore della prevenzione e dei trattamenti mostrano che gli investimenti fatti per combattere questo flagello non sono andati sprecati". Il New York Times, per la ricorrenza del venticinquesimo anno dalla prima diagnosi, ospita il parere di diverse categorie sociali che illustrano come le cose sono cambiate dal loro punto di vista.

Il bilancio del New York Times
L'analisi, in realtà, è molto semplice. L'infermiera sottolinea come allora tutti i pazienti morissero e loro (gli infermieri) fossero completamente sprovveduti rispetto alla malattia. Oggi si trovano a gestire pazienti ultracinquantenni "sopravvissuti" all'infezione. Lo stesso vale per la madre di famiglia che ha preso l'AIDS da un compagno dalla vita a dir poco irregolare, dentro e fuori dal carcere, ma nonostante questo utilizzava solo sporadicamente il preservativo. Oggi non sarebbe più così. Lo stesso dicasi per la prostituta oggi attiva nelle associazioni di volontariato. Ma anche dal punto di vista scientifico le cose sono cambiate molto. Il ricercatore non ha più nessuno che gli si accosta per chiedergli cure rapide e ben difficilmente un giovane uomo morirà tra le sue braccia. In più i medici non hanno più come un tempo paura che possa capitare anche a loro. Ma persino il linguaggio dell'arte, continua l'analisi del New York Times ora è molto più disinvolto rispetto al tema. Infine è cambiato anche l'atteggiamento degli amici dei sieropositivi, che un tempo scappavano e oggi ben difficilmente lo fanno.

C'è da fare
Del resto, lo conferma anche il rapporto delle Nazioni Unite: l'epidemia di AIDS ha raggiunto i massimi livelli alla fine degli anni '90, ma rispetto ad allora sono aumentati l'utilizzo del profilattico e l'adozione delle misure di precauzione più comuni per difendersi dal virus, soprattutto per effetto delle campagne di sensibilizzazione: ad esempio si calcola che, rispetto a cinque anni fa, sia quadruplicato il numero di persone che si sottopone al test. Quanto ai numeri la situazione non è certo risolta e alcune aree sono più a rischio delle altre. Si può parlare di vera emergenza nell'Africa Sub-Sahariana (25 milioni di sieropositivi), in Asia (8,3 milioni), in America Latina (1,6 milioni) e in Medio Oriente (440 mila). Quanto all'Europa esistono punti critici, come la Russia, dove il numero dei sieropositivi è in preoccupante ascesa. In tema di variabili epidemiologiche, dai dati delle Nazioni Unite emerge che la malattia è sempre più al femminile. Che cosa fare, perciò, in prospettiva? E' sempre Peter Piot a spiegarlo. "Bisogna spingere sull'acceleratore della raccolta di fondi e degli interventi sia politici sia di ricerca scientifica". E' necessario uno sforzo costante su vasta scala per i prossimi decenni". Secondo l'UNAIDS, per il 2008 si prevede un fabbisogno di 22 miliardi di dollari, oltre 11 soltanto per i piani di prevenzione. Ora che l'AIDS non è più il tabù non bisogna abbassare la guardia.

Marco Malagutti

Fonte
New York Times



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