Mucca pazza impazza

20 giugno 2008

Mucca pazza impazza



Non è solo un gioco di parole, ma un dato di fatto. Non si parla d'altro lo testimoniano i titoli di giornale, i servizi televisivi, i discorsi della gente e tutto a seguito di un caso di encefalopatia spongiforme bovina (BSE), più noto come morbo della mucca pazza, riscontrato in Italia e precisamente a Pontevico nel bresciano. Il caso, il primo italiano (anche se sorge il legittimo dubbio che forse i controlli non siano stati nel tempo così oculati n.d.r.) ha scatenato l'emergenza nazionale, complici i mezzi di informazione e il mondo politico, che cerca, senza grande successo per la verità, di fare chiarezza. Il problema è così diventato in breve da problema sanitario problema politico, con quello che ne consegue e a tutto scapito del consumatore che non sa più cosa mangiare e vaga per i supermercati con gli occhi sgranati come se la minaccia fosse incombente e inevitabilmente letale. In realtà forse la situazione non è così tragica: la malattia intanto non è una novità, al contrario è nota da 15 anni e non è epidemica, anche se le previsioni più apocalittiche parlano di 500000 morti nei prossimi anni. Certo è che le domande senza risposta sono ancora parecchie: come è nata la BSE nei bovini, come ha fatto il morbo ad attraversare le barriere della specie, a infettare gli umani nella forma di vCJD (variante della malattia di Creutzfeld Jakob, l'equivalente della BS nell'uomo) attraverso quali fattori diventa infettiva per gli uomini?

L'epidemia nei bovini
"Paradossalmente - sostiene Giovanni Ballarini, ordinario di Clinica Medica Veterinaria dell'Università di Parma ed esperto del rapporto uomo e animale- il primo caso diagnosticato ha dei risvolti positivi. Mi spiego, ci si sta orientando verso una possibile distinzione tra BSE epidemica, indotta dalle farine di carne animale e BSE sporadica e potrebbe essere il caso dell'allevamento bresciano, una malattia cioè autoctona e sviluppata per suo conto". Il contagio infatti (recita l'ipotesi più accreditata) avviene attraverso le carcasse bovine riciclate per ottenere farine di carne e ossa a loro volta destinate all'alimentazione del bestiame. " Si tratta di capire - continua il professore - se responsabili siano state le farine di carne infette, possibilità smentita categoricamente dagli allevatori, o qualcos'altro di non meglio identificato. Nel primo caso si dovrebbero riscontrare altri episodi nello stesso allevamento, dove verranno salvati dall'abbattimento alcuni bovini, 26, proprio per verificare l'origine del morbo ed una eventuale trasmissione verticale, ossia di madre in figlio, riscontrata ad oggi solo nell'alce e nella pecora. La seconda ipotesi rappresenterebbe una novità sostanziale nella ricerca. Del resto tra gli uomini si è verificato un fenomeno analogo". Va ricordato infatti che le malattie da prioni nell'uomo si sono presentate nel passato in forma epidemica, ma sono ormai definitivamente debellate: è il caso del kuru, malattia diffusa tra gli aborigeni e dovuta al loro ameno rituale di mangiare il cervello dei consanguinei defunti. La variante di questa malattia individuata di recente, la famosa vCjd, è per ora sporadica. Nell'arco di dieci anni infatti sono stati diagnosticati "solo" una ottantina di casi.

I rischi dell'allevamento intensivo
Un altro aspetto che lascia perplessi riguarda i controlli fino ad ora effettuati. Se infatti passiamo in veloce rassegna i casi sino ad ora riscontrati in Europa, i dati sono piuttosto illuminanti. Nel Regno Unito 180.500 casi di encefalopatia spongiforme bovina e 88 casi di variante umana, in Francia 248 casi e 3 sugli uomini, in Irlanda 599 episodi di BSE e un solo caso di variante umana, in Germania 20 casi, dai nostri vicini di casa svizzeri 336 casi, in Portogallo 503. In Italia solo 2 (l'ultimo recentissimo e ancora da confermare in un allevamento padovano). Siamo stati così bravi? O piuttosto l'oculatezza dei controlli ha talvolta lasciato a desiderare? Il professor Ballarini apre una nuova prospettiva "le vacche sono in Italia a elevatissima produzione, dopo tre lattazioni (in ognuna si producono 100 quintali di latte!) sono inevitabilmente "da buttare via" e il tutto avviene nel giro di 50-55 mesi. Le vacche così vengono macellate relativamente giovani, per cui manca il tempo necessario per la manifestazione della malattia. È un sistema di allevamento intensivo che sfrutta al limite e macella presto".
Già, forse qui sta il nodo del problema. Forse, come dice sulla Stampa del 25 gennaio Marco Belpoliti, "chiediamo alla tecnica soluzioni e risposte immediate che ci rendano immuni da pericoli, salvo poi terrorizzarci quando la tecnologia ci espone a nuove calamità". Non è casuale infatti la tendenza diffusa degli allevatori a riciclare quanto più possibile gli scarti della produzione o a ridurre il dispendio di energia che ha portato alle modifiche nel procedimento di preparazione. Il morbo è infatti esploso nel 1986 in concomitanza con variazioni nel procedimento di preparazione del nutrimento: abbassamento delle temperature e abbandono del solvente per l'estrazione dei grassi considerato dannoso per la salute dei lavoratori impegnati negli impianti di produzione (!!!). "Effettivamente - riprende Ballarini - la filosofia dell'allevamento è diventata aumentare a dismisura la produzione e concimare più intensamente il rumine e tutto ciò ha prodotto l"incidente" I ruminanti infatti si possono nutrire con parecchi alimenti non competitivi con l'uomo. Così tutti i sottoprodotti dell'attività industriale umana sono stati "rifilati" alle mucche, con tre obiettivi fondamentali: abbassare i costi, eliminare la competizione nutrizionale con l'uomo e aumentare l'adattamento ambientale. Inevitabilmente tutti i sistemi di riciclaggio hanno rischi ma anche il vantaggio innegabile di abbassare i costi, il cibo puro e naturale aumenta le spese. La soluzione potrebbe essere di ridurre i consumi di carne ma forse macellai e allevatori non farebbero i salti di gioia...!".

Ricerca e prospettive
La ricerca intanto cerca di orientarsi nella confusione generale. È stata messa a punto da un gruppo di ricerca svizzera guidato dal professor Aguzzi, un esame del cervello rapido ed efficace, il test anti prione e finora i risultati sono piuttosto buoni. I test però sembrano non dare una completa garanzia che il capo in cui non è stato riscontrato la presenza del prione (l'agente responsabile della mucca pazza) sia davvero sano. " Non è esattamente così - puntualizza il professore - esiste un livello di sensibilità, che è tipico di tutti i test diagnostici, per cui se per ipotesi il test rileva un miliardo di prioni non potrà rilevarne ½ miliardo. Quindi sarà possibile individuare la malattia 2 o 3 mesi prima della comparsa dei sintomi, molto più difficilmente un anno prima. Il problema non è nei test però, è nelle istituzioni. Non c'è una gestione chiara e unitaria del problema a livello italiano e europeo. In Italia i ministri si smentiscono reciprocamente e rimandano a Bruxelles dove ci sono altri interessi e altri problemi. Sino ad ora infatti l'Unione Europea non ha mostrato grande autorevolezza rispetto alle emergenze e a quelle sanitarie in particolare (vedi uranio impoverito) e non credo possa funzionare neanche l'Authority alimentare di cui tanto si parla che sarà solo consultiva e non decisionale. Viene a mancare così una gestione tecnica che imponga le soluzioni". Ritorniamo così all'inizio del discorso il problema è politico non più e non solo sanitario, si tratta di aspettare risposte chiare e definite dalle istituzioni. Attesa vana?

Marco Malagutti


Approfondimenti
  • Cos'è la BSE
  • Scheda scientifica della BSE
  • Ministero della Sanità
  • Istituto zooprofilattico di Torino
  • Il vademecum UE per i consumatori


 



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