Fegato vaccinato praticamente salvato

11 novembre 2005

Fegato vaccinato praticamente salvato



Nella stragrande maggioranza dei casi, quando il virus dell'epatite B attacca il fegato, passa inosservato, produce un'infiammazione subclinica che non uccide le cellule epatiche (al virus non conviene) e tende a cronicizzarsi. Nel 70-100% dei pazienti è infatti ciò che avviene e il virus resta nell'ospite per tutta la vita, mentre soltanto nel 30% si ha una remissione spontanea con eliminazione del virus. L'infezione cronica può evolvere in cirrosi e la cirrosi in neoplasia o in insufficienza epatica.Su quanto e che cosa si è fatto finora per prevenire la malattia e curare questi pazienti, se ne è parlato al convegno organizzato dalla Copev, l'Associazione Italiana Prevenzione e Cura dell'Epatite Virale, tenutosi a Milano il 4 novembre 2005.

Comportamenti a rischio
Le possibilità di prevenzione sono senza dubbio comportamentali, alle quali si affiancano quelle offerte dal vaccino antiepatite.Sugli aspetti comportamentali sono stati evidenziati i fattori di rischio che aumentano la probabilità di contrarre il virus. La trasmissione per via sessuale è certamente quella su cui ogni singolo individuo può intervenire con comportamenti responsabili, e l'adozione di precauzioni opportune, a partire dal profilattico. Ma anche chi fa uso di droghe iniettabili corre questo rischio, il 40% dei malati di epatite sono tossicodipendenti. A tal proposito, Alfonso Mele, epidemiologo dell'Istituto superiore di sanità, ha sottolineato il ruolo dei Sert, presso i quali dovrebbe essere fatta maggiore informazione sull'argomento nonché proporre la possibilità di vaccinarsi ai soggetti presi in carico. Esiste poi una percentuale non altissima (10%) di casi attribuibili a pratiche di piercing o tatuaggi, a ulteriore conferma della poca informazione in merito ai rischi di contagio.A questo si aggiunge anche una sorta di sottovalutazione del rischio anche da parte degli operatori sanitari, esiste infatti un parte di casi di epatite provocata da attività mediche (cause iatrogene). Colpisce che la chirurgia molto a rischio sia quella che interviene sulla cataratta, dove non c'è dispersione di sangue ma solo di liquidi organici. Ancora una volta la poca informazione, anche da parte degli addetti ai lavori, aumenta il rischio di diffusione della malattia.

Vaccino di lunga efficacia
L'altro baluardo della prevenzione è il vaccino, che dal 1991 è stato reso obbligatorio in Italia, recependo una raccomandazione dell'OMS, che lo consigliava nelle zona a endemia intermedia. Sono stati quindi vaccinati tutti i nuovi nati e i bambini che avevano 12 anni, età in cui può avere inizio la vita sessuale. La legge 165/91 ha permesso una copertura vaccinale del 94,5% dei bambini, del 97% degli adolescenti del nord Italia e il 65% nel sud e isole, e il 77% degli operatori sanitari.Su queste coorti di soggetti vaccinati sono state condotte indagini per verificare l'efficacia della campagna vaccinale. In un campione di circa 1200 bambini di 11 anni vaccinati alla nascita, per esempio, il 36% sembrava avere il livello di anticorpi giudicato non protettivo, una situazione simile si riproponeva in un campione di reclute (vaccinate a 12 anni). Tuttavia esponendo i partecipanti a una dose del vaccino si otteneva una risposta nella maggior parte dei casi (97% e 96% rispettivamente) a testimonianza di una buona memoria immunitaria determinata dalla vaccinazione precedente. Anche in assenza di anticorpi, quindi, i soggetti vaccinati rispondono con prontezza alla presentazione dell'antigene virale. In pratica questo test ha permesso di provare che non è necessario effettuare un "richiamo". Un possibile tallone di Achille del vaccino è l'instabilità del virus che può andare incontro a mutazioni, ma su 500 bambini vaccinati nati da madri positive per antigene virale (HbsAg), di cui il 3% era positivo, solo in un caso si osservava la mutazione.Ancora non risolta resta la diatriba sugli eventi avversi. Sono stati registrati casi di sclerosi multipla attribuiti al vaccino antiepatite e sono numerosi gli studi che hanno confermato o rigettato l'ipotesi. Non essendoci risultati coerenti, resta valida la valutazione del bilancio rischi-benefici, ma gli esperti concordano nel dire che nessun atto medico sia a rischio zero. Va da sé che in soggetti in cui il rischio di contagio non è nullo, ma anzi è alto (operatori sanitari, tossicodipendenti) l'ipotesi di vaccino va presa in considerazione a tutte le età.

Simona Zazzetta

Fonte
Convegno Copev: Nuove frontiere nella prevenzione e terapia delle epatiti virali. Milano, 4 novembre 2005.



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