Rimedi gialli all'orizzonte

31 marzo 2004

Rimedi gialli all'orizzonte



Cure da ultima spiaggia sponsorizzate da ciarlatani che spesso fanno più male che bene. Così - secondo un articolo pubblicato su The Guardian - viene presentata la medicina tradizionale all'opinione pubblica. In estremo oriente le cose vanno diversamente. Del resto la medicina tradizionale cinese ha origini molto lontane. Basti pensare che il suo fondatore Shen Nong è vissuto all'incirca nel 3000 aC; questo imperatore iniziò la coltivazione dei cinque cereali e la sperimentazione delle piante che mantengono la salute e che curano le malattie, ponendo le basi della diagnosi e della terapia medica. Da allora le tecniche tradizionali sono usate per tutto: dalla costipazione all'infertilità, utilizzando il più delle volte potenti misture di piante, che spesso risultano efficaci. In Cina esistono così migliaia di ospedali specializzati in cure tradizionali. Un business che sta esplodendo. Ecco perché l'industria farmaceutica occidentale - come riportato dall'articolo del quotidiano britannico - ha deciso di valutare l'attendibilità della medicina tradizionale cinese, recandosi sul posto.

Difficoltà d'integrazione
Il viaggio è avvenuto sei mesi fa. E adesso vengono pubblicati i primi risultati. La spedizione si è diretta a università, istituti di ricerca e case farmaceutiche, luoghi dove la medicina tradizionale cinese veniva praticata in esclusiva o anche assieme a quella occidentale. Attualmente, infatti, questa è la strada imboccata dalle accademie mediche cinesi, l'integrazione delle due discipline mediche. Uno sforzo notevole vista la grande diversità delle basi teoriche. La principale differenza sta nell'identificazione dei principi attivi nei farmaci. Se, infatti, la medicina occidentale è caratterizzata dall'uso di un unico principio attivo, e quindi risultano più semplici sia i controlli di qualità sia gli studi di efficacia, la medicina cinese è caratterizzata da associazioni: risulta quindi più difficile verificare il meccanismo d'azione. Così la strategia occidentale per addentrarsi nella medicina cinese è quella di identificare gli ingredienti attivi nelle erbe utilizzate. Se, infatti, esistono sostanze prevalenti l'analisi dei principi attivi può essere effettuata come per i nostri farmaci. Non è così semplice però, dal momento che spesso i composti attivi sono presenti a migliaia. Tra i casi in cui si ha un unico composto attivo c'è l'antimalarico artemisina, ma è un caso raro e il timore dei ricercatori è che il processo di purificazione dell'ingrediente principale di una mistura possa aumentarne la tossicità. Nonostante questo ostacolo, però, la missione è rientrata dalla Cina con un manipolo di potenziali farmaci. Uno potrebbe essere usato per l'Alzheimer, gli altri sono agenti antibatterici che possono rafforzare la terapia anti-cancro. I ricercatori inoltre hanno scovato composti anti-fungini ed equivalenti di morfina e nicotina derivati da organismi marini. Ma i problemi non sono finiti.

Più regole più fiducia
Le industrie farmaceutiche occidentali sono regolate in modo molto rigido. I nuovi farmaci sono approvati solo dopo parecchi trial, che misurano efficacia e sicurezza. I ritrovati cinesi, invece, almeno in Gran Bretagna, sono regolati come alimenti e di conseguenza le richieste per l'approvazione sono meno stringenti. In Cina, peraltro, questo non succede. Le medicine tradizionali sono, infatti, controllate a fondo e lo staff che se ne occupa è adeguatamente preparato. Molti dei medici che se ne occupano sono anche qualificati per la medicina occidentale e possono utilizzare entrambi i sistemi terapeutici. L'esito dell'indagine britannica è chiaro. Le evidenze sono incoraggianti ma i passi da fare per l'integrazione della medicina tradizionale cinese sono molti. In testa il controllo della qualità. Le industrie farmaceutiche nostrane si procurano piante ed estratti per la preparazione dei rimedi tradizionali all'esterno. Con i rischi che ne conseguono. La soluzione proposta dalla ricerca britannica è quella di occuparsi direttamente della produzione e della raccolta per conoscerne esattamente la natura, composizione e purezza delle materie prime impiegate. Sarebbe buona cosa poi essere al corrente degli effetti di ogni singolo processo. Un altro problema riguarda la mancanza di brevetti, e quindi di esclusività, su tutte le materie prime utilizzate che frena le industrie farmaceutiche dall'investire in questi nuovi farmaci. Ma i guadagni non sono da sottovalutare, con un mercato potenziale che si aggira sugli 8,5 miliardi di sterline ed è in crescita, almeno nel Regno Unito. Urge quindi un sistema di regole applicabile anche a questi ritrovati, dalle grosse potenzialità, sia economiche sia cliniche, ma anche gravati da rischi potenzialmente elevati in assenza di monitoraggio. Più regole oltretutto aumenterebbero la fiducia dei pazienti. 

Marco Malagutti


Fonte
Jha A. Not just a bunch of plant extracts. The guardian 25 marzo 2004




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