Ormoni e Alzheimer, tocca a lui

03 marzo 2006

Ormoni e Alzheimer, tocca a lui



Ormoni sessuali e Alzheimer: una storia lunga. Tutto cominciò quando alcuni studi retrospettivi mostrarono, nelle donne, che la terapia ormonale sostitutiva, principalmente quella a base di soli estrogeni, costituiva un fattore protettivo contro questa forma di demenza. In altre parole, era meno frequente nelle donne che avevano assunto estrogeni. Tuttavia, i grandi trial dell’inizio di questo secolo sulla sostituzione ormonale dopo la menopausa non confermarono l’effetto, anzi: misero in luce l’effetto contrario. Vista poi la cattiva fama che da quel momento circonda estrogeni e progestinici, l’argomento è caduto. Però le alterazioni ormonali sono un portato dell’invecchiamento, esattamente come l’Alzheimer e quindi l’ipotesi che vi sia un nesso riemerge inevitabilmente. Questa volta, però, si parla della popolazione maschile e, quindi, del testosterone.

Un po’ lenti per poco ormone
Alcuni studi hanno segnalato livelli anormalmente bassi di testosterone negli anziani che poi hanno sviluppato l’Alzheimer ma, al di là della demenza vera e propria, il declino dei livelli dell’ormone si associa a una diminuzione di alcune capacità intellettuali. Per esempio, le funzioni cognitive spaziali, o la memoria per gli stimoli verbali e visivi sono maggiori in chi conserva un buon livello di testosterone. In più, alcune esperienze hanno mostrato che la somministrazione dell’ormone può ripristinare le facoltà compromesse. C’è da tenere presente che il testosterone, a livello cerebrale, viene convertito in estrogeni, quindi i suoi effetti potrebbero seguire due vie parallele: agire come testosterone in quanto tale e attraverso la conversione in estrogeno. Infine, in laboratorio, si è dimostrata la sua capacità di inibire la sintesi della proteina beta-amiloide, la sostanza che va a formare le placche caratteristiche della malattia.

Risultati preliminari
E allora, all’Alzheimer’s Disease Center dell’UCLA (University of California of Los Angeles) si sono chiesti perché non provare a somministrare testosterone a persone che già presentavano la malattia in forma lieve-moderata. Per controllare gli effetti, la stessa somministrazione, avvenuta attraverso un gel da applicare sulla cute, è stata prescritta anche a un gruppo di uomini della stessa età ma sani. Il trattamento sperimentale è durato 24 settimane. I risultati sono stati misurati in termini di miglioramento della qualità della vita, intensità dei sintomi neuropsichiatrici (allucinazioni, agitazione, aggressività...) e capacità cognitive. In totale i pazienti alzheimeriani erano 18, mentre il gruppo di controllo contava 29 persone. Entrambi i gruppi erano sono atti suddivisi in una parte che assumeva l’ormone e una che riceveva il placebo. Al termine i ricercatori hanno constatato che la qualità della vita era significativamente migliore con l’ormone, e che questa era tanto migliore quanto più il livello di testosterone era aumentato. Non che migliorasse significativamente rispetto all’inizio, ma senz’altro non declinava come con il placebo. Diverso il discorso per le capacità cognitive: effettivamente un aspetto, le funzioni spaziali, migliorava con il trattamento rispetto al placebo, negli alzheimeriani. Così avveniva per alcuni sintomi psichiatrici, ma sempre senza raggiungere la significatività statistica, anche per lo scarso numero di persone trattate. Insomma, uno studio preliminare, che certo non autorizza a usare sistematicamente il testosterone per migliorare le condizioni dei malati, o anche quelle degli anziani sani.

Maurizio Imperiali


Fonte
Lu PH et al. Effects of testosterone on cognition and mood in male patients with mild Alzheimer disease and healthy elderly men. Arch Neurol. 2006 Feb;63(2):177-85.




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Tag: Mente e cervello

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