E dopo l'ictus?

18 novembre 2005

E dopo l'ictus?



Ogni anno in Italia si verificano 200 mila episodi di ictus e come conseguenza circa 60 mila pazienti devono vivere con una disabilità che limita fortemente la loro possibilità di svolgere le normali attività quotidiane. Le donne sono più colpite rispetto agli uomini, il 18% dei decessi è dovuto a ictus, contro l'11% maschile. A dare i numeri della malattia sono stati gli esperti italiani, alla presentazione del Secondo rapporto ictus dell'Istituto Auxologico Italiano. Il volume scaturisce dal lavoro di oltre 40 tra i migliori specialisti e ricercatori italiani e stranieri. Sulla base del loro lavoro risulta evidente come, nonostante la diffusione allarmante della malattia, oggi si disponga di conoscenze scientifiche, farmaci e strutture ospedaliere per far sì che l'ictus non sia sempre una condanna all'invalidità. Uno degli aspetti approfonditi è stato proprio quello della riabilitazione, non più vista in termini di "intervento" ma come "progetto riabilitativo". Ma che cosa si intende per intervento riabilitativo post-stroke? Ne ha parlato Luigi Tesio, titolare della Cattedra di Medicina Fisica e Riabilitativa dell'Università degli Studi di Milano.

L'intervento riabilitativo post-stroke
Un ictus cerebrale può condurre a morte in quasi il 30% dei casi nel primo anno dopo l'evento acuto. Nel 20-30% dei casi i pazienti possono recuperare del tutto. Una percentuale che aumenta se i pazienti sono ricoverati presso unità apposite: le stroke unit. Se poi l'arrivo avviene entro tre ore dall'esordio dei sintomi può essere effettuata la terapia trombolitica che riduce ulteriormente il grado di disabilità residua. Gli esiti sono vari e si va dai disturbi motori (la paralisi) a quelli cognitivi (la perdita del linguaggio), da quelli viscerali (difficoltà nel deglutire) a quelli sensoriali (la riduzione del campo visivo). L'obiettivo della medicina riabilitativa è il massimo recupero clinico, psicologico e sociale del paziente disabile e si tratta di un percorso articolato denominato ri-educazione neuromotoria. E a che cosa mira? Sia al recupero intrinseco, per esempio un esercizio mirato alla forza e alla coordinazione di una mano, sia a un recupero adattativo, quando per esempio si apprendono attività compensatorie con la mano rimasta funzionale. Si tratta così di un intervento molto articolato come articolate sono le figure professionali coinvolte, dal fisiatra agli operatori sociali fino ai familiari che devono essere coinvolti. Un intervento che col tempo si evolve, tanto che diventano diverse le sedi dove si svolge il recupero del paziente, ospedale, ambulatorio, domicilio. L'esito complessivo di lungo periodo, il cosiddetto outcome, è influenzato da diversi aspetti ma in particolare dalla precocità, dalla qualità e dall'intensità dell'intervento riabilitativo.

La sopravvivenza non è più il solo obiettivo
Una cosa è certa: oggi non si può soltanto sopravvivere più frequentemente ma anche recuperare di più dopo un ictus. I dati parlano chiaro. Fino a 30 anni fa la maggioranza dei sopravvissuti non riusciva più a camminare in modo autonomo. Oggi la disabilità residua mostra una netta tendenza alla riduzione: oltre il 90% dei pazienti riesce a rientrare al proprio domicilio; a distanza di 1 anno soltanto il 30-40% dei sopravvissuti è ancora intensamente dipendente nelle attività di base della vita quotidiana e nella locomozione. In chiusura Tesio ha anche "battezzato" l'apertura a ottobre 2005 di una nuova unità operativa di riabilitazione neuromotoria a Milano, da lui diretta. L'unità consta di un'area di degenza a tempo pieno di 63 posti letto, divisi su due piani, e di un day-hospital previsto per accogliere oltre 20 pazienti al giorno. Una novità che rafforza il concetto di intervento riabilitativo scientificamente fondato e tecnicamente sostenuto.

Marco Malagutti

Fonte
Conferenza stampa, 2° rapporto sull'ictus. Milano 16 novembre



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