Il gene conta ma non è tutto

21 aprile 2006

Il gene conta ma non è tutto



Il Parkinson, come l'Alzheimer e altre malattie neurodegenerative sconta una serie di pregiudizi. Per esempio, che sia una malattia solo degli anziani, o magari una conseguenza dell'invecchiamento o soltanto della genetica. In effetti non è così, o meglio non è soltanto così, come ha confermato anche la presentazione del Dossier Parkinson 2006, avvenuta a Roma il 19 aprile a cura dell'Associazione Italiana Parkinsoniani e della LIMPE (Lega Italiana per la Lotta contro la malattia di Parkinson, sindromi extrapiramidali e demenze).In questa occasione, per cominciare si è fatto presente che, se i dati convergono su 220.000 malati in Italia, pari al 4 per mille, il bilancio potrebbe essere più pesante: un altro 10-15% di pazienti non diagnosticati, calcolando sia il Parkinson vero e proprio sia i parkinsonismi. E, in più, c'è da tenere presente altri aspetti che correggono le opinioni più diffuse, "a cominciare dall'età media di insorgenza, calcolata al 57° anno. Questo vuol dire che metà dei malati viene colpita quando ancora è un adulto giovane e cioè non ha ancora visto spuntare i capelli bianchi. Sono almeno 13 su mille i malati fra i 65 e i 69 anni e il dato schizza in alto e raggiunge il tetto nella classe d'età oltre gli 80 anni: 15 persone, questa volta su cento, hanno i segni della malattia" ha spiegato Gianni Pezzoli,. Presidente dell' Associazione Italiana Parkinsoniani e direttore del Centro Parkinson degli Istituti Clinici di Perfezionamento a Milano. Inoltre, i nuovi casi di malattia di Parkinson in Italia vanno dagli 8 ai 12mila di cui il 5 per cento ha meno di quarant'anni. "Dalle cifre emerge un dato molto preoccupante: se i malati in Italia sono stimati in 220mila, per restare a ciò che emerge - i giovani sotto i quarant'anni con la malattia sono diecimila" sintetizza Pezzoli.

In migliaia sotto i 40
Quindi, non è corretto pensare la malattia come esclusiva degli anziani. Ma anche a proposito di cause va operata una distinzione. Per cominciare, la genetica ha un peso, ovviamente, ma pesa per un 30%, non di più e l'identificazione dei geni coinvolti è soltanto all'inizio."Recentemente l'attenzione si è rivolta a due geni, Parkina e Dardarina" ha detto Ubaldo Bonuccelli, associato di Neurologia all'Università di Pisa e Direttore della Neurologia dell'Ospedale di Viareggio. "Il primo è il gene che è coinvolto nell'insorgenza della malattia di Parkinson in modo particolare nei giovani. Il secondo gene influisce su tutto il pianeta Parkinson e Parkinsonismi. La presenza di questi due geni è molto utile per fare una diagnosi". Come accade per diabete di tipo 2, asma, obesità e coronaropatie, nei casi di Parkinson, il peso delle cause ambientali è più importante della predisposizione genetica. "Bisogna ricordare che il rischio che si presenti la malattia nei familiari di primo grado dei pazienti malati (figli, genitori, fratelli e sorelle) è basso. Il rischio relativo è di circa 3,5. Quindi se il rischio della popolazione generale di ammalarsi di Parkinson sopra i 65 anni è dell'uno per cento, per i familiari di primo grado di un malato di Parkinson è del 3,5. E' importante dire che quello che si eredita da un congiunto malato di Parkinson è la predisposizione a sviluppare la malattia. Ci sono però, ma sono molto rari, casi di famiglie in cui la predisposizione genetica è più importante ed è legata alla mutazione di un singolo gene" spiega Bonuccelli. Quindi l'ambiente farebbe la parte del leone. "Ci sono fattori che provocano la malattia e altri che riducono la possibilità di ammalarsi" ha illustrato il professor Pezzoli. l'esposizione agli idrocarburi, pesticidi, solventi, farmaci come gli antinausea ad azione centrale, gli antipsicotici tipici possono essere concause della malattia, e potrebbero essere chiamati in causa virus e batteri, ma ci sono anche esposizioni protettive, come il consumo di caffè e il fumo di sigaretta. Quest'ultimo era stato chiamato in causa anche come condizione che contrastava l'Alzheimer, ma non è pensabile che possa essere un mezzo praticabile per la prevenzione.

Uno studio italiano
L'ipotesi ambientale è anche sostenuta da numerose ricerche epidemiologiche su parkinsoniani e controlli (soggetti non affetti da Parkinson). Queste ricerche hanno dimostrato che i parkinsoniani sono stati più esposti a sostanze quali erbicidi o insetticidi oppure hanno svolto attività agricole, hanno bevuto acqua di pozzo (un possibile collettore di pesticidi) oppure hanno vissuto in zone rurali in un numero molto superiore rispetto ai soggetti controllo. Ricerche recenti hanno appurato che l'unico fattore di rischio "indipendente" tra i due gruppi è l'esposizione a erbicidi e insetticidi. "In altre parole la vita rurale, l'uso di acqua di pozzo o l'attività agricola" ha chiarito Pezzoli "non sono di per sé fattori di rischio se non in quanto legati all'uso di erbicidi e insetticidi".Ma non ci sono soltanto gli erbicidi e gli antiparassitari, a suo tempo citati anche tra le possibili concause dell'Alzheimer, a seguito di studi condotti tra le popolazioni giapponesi residenti alla Hawaii occupate nelle coltivazioni di frutta. Tra le varie neurotossine sono stati individuati anche n-esano e i suoi metaboliti, sostanze comunemente contenute in colle, vernici e benzina. In uno studio condotto nel 2000 dal gruppo guidato dal professor Pezzoli, su 990 pazienti affetti da Parkinson, selezionati tra 1.455 soggetti, è stata riscontrata un'esposizione significativa a idrocarburi nel 20% (188 pazienti). I 188 pazienti esposti sono stati confrontati con altri 188 pazienti paragonabili per sesso ed età. Nei pazienti con storia positiva per esposizione a idrocarburi-solventi la malattia mostrava caratteristiche cliniche peggiori rispetto ai pazienti non esposti. In particolare, è stato rilevato che nei soggetti esposti la malattia si presentava prima,e i pazienti avevano una risposta peggiore alla terapia farmacologica e ai test farmacologici e, conseguentemente, un quadro clinico più grave. "Varie evidenze quindi suggeriscono che sostanze sia esogene che endogene sono potenzialmente in grado di danneggiare i neuroni nigrostriatali" conclude Pezzoli "e di conseguenza indurre una malattia di Parkinson, tuttavia il loro ruolo preciso rimane incerto. È importante proseguire questi studi perché l'identificazione di fattori tossici permetterebbe l'attuazione di una prevenzione primaria".

Sveva Prati


Fonte
Presentazione Dossier Parkinson 2006 AIP, LIMPE. Roma 19 aprile 2006.




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