Industria sorvegliata speciale

09 gennaio 2009

Industria sorvegliata speciale



Nell'epoca in cui l'obesità viene segnalata come un problema emergente, un'epidemia dichiarata, una minaccia per la salute delle attuali e nuove generazioni, la soglia di attenzione sull'attività delle industrie alimentari tende a non scendere, in quanto chiamata in causa come principale indiziato di una patologia ad ampia diffusione nella popolazione dei paesi industrializzati, per incidenza e prevalenza. Un commento in merito, tutt'altro che indulgente, pubblicato su New England, è stato scritto da due medici, esperti statunitensi in nutrizione e pediatria.

Patti poco rispettati
La domanda che si pongono, di fronte a varie dichiarazioni di buone intenzioni d multinazionali come McDonald's, Coca-Cola, Kraft e PepsiCo, è se aziende del genere possano essere partner ideali e costruttivi in campagne per combattere l'obesità. Per tutta risposta, viene citata un'indagine condotta nel 2006 secondo la quale le aziende "spingono in modo clamoroso contro le politiche orientate a migliorare la salute dei bambini" e vengono anche segnalate le continue discrepanze tra le richieste dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e le politiche reali di due grandi aziende. La McDonald's, nonostante si chiedesse il contrario, fino al 2005 ha continuato a usare oli di cottura contenenti grassi trans, e vendendo porzioni più grandi e gadget. La Kraft ha continuato a produrre prodotti riconosciuti come non sani per i bambini nonostante la promessa di impegno lanciata con enfasi nel 2003. Gli esperti concordano su un inconciliabile conflitto di interessi. Attualmente il mercato alimentare fornisce ogni giorno alla popolazione 3900 calorie a testa, vale a dire il doppio del fabbisogno e per aumentare i fatturati le aziende hanno due scelte: convincere i clienti a mangiare di più oppure rivisitare i prodotti nella confezione e nel lancio sul mercato, in entrambi i casi, direttamente o indirettamente, contribuendo all'obesità. E' ben noto che i nutrizionisti sostengano una dieta a base di alimenti non processati e freschi, cibi minimamente processati possono ancora rientrare in un alimentazione corretta se hanno un potere nutrizionale e saziante. Ma il margine di profitto più alto deriva da alimenti processati, pronti al consumo contenenti amidi raffinati, zuccheri concentrati e grassi di bassa qualità, prodotti molto meno costosi della materia prima fresca.

Ognuno stia al suo posto
Una visione sospettosa da parte dei nutrizionisti è rivolta anche alle azioni collaborative, come quelle che vedono le aziende alimentari sponsor di iniziative che promuovono politiche nutrizionali. Fanno notare che, per esempio, la PepsiCo donò 11,6 milioni di dollari per un progetto sull'attività fisica nelle scuole, ma nei messaggi lanciati non comparivano mai consigli sulla dieta, senza trascurare che, durante queste manifestazioni, i ragazzi possono bere bevande (o mangiare cibi) sponsorizzanti, corrispondenti a quantità caloriche superiori al dispendio energetico che l'evento sportivo promuove. Nel 2006 un accordo tra la American Heart Association e una fondazione privata trovò un accordo con PepsiCo, Coca-Cola e Cadbury Schweppes per eliminare le bevande zuccherate dalle scuole. Successivamente l'accordo fu modificato e le bevande reintrodotte negli istituti scolastici. La conclusione degli autori è rivolta verso una divisione adeguata delle responsabilità e degli obiettivi. Le industrie hanno come fine il profitto e nel libero mercato possono vendere le loro merci indipendentemente dalla qualità, e il cittadino è libero di rifiutarle e di scegliere. Alle istituzioni il compito di rendere trasparente questo meccanismo con regole che obblighino il produttore a indicare gli effetti collaterali del prodotto, un po' come avviene per i farmaci: chi vende farmaci per la disfunzione erettile deve menzionare i rischi, chi vende cibo dovrebbe essere obbligato a indicare le conseguenze del consumo di alcuni ingredienti nelle quantità presenti.

Simona Zazzetta

Fonti
Ludwig DS, Nestle M. Can the food industry play a constructive role in the obesity epidemic? JAMA. 2008 Oct 15;300(15):1808-11



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