Dieta acida

24 marzo 2006

Dieta acida



Dice un adagio latino che è bene che gli scandali avvengano, così almeno si palesano situazioni critiche di cui nessuno si accorge. Può essere questo il caso della dieta Atkins che, secondo un report pubblicato dalla rivista Lancet, è l'unica possibile causa della disavventura in cui è incorsa una donna di 40 anni, finita al pronto soccorso con problemi respiratori e quella che, tecnicamente, è detta acidosi metabolica.
Spiegare che cosa significa è facile e difficile al tempo stesso: l'organismo deve reggersi in equilibrio per molti aspetti, compresa l'acidità. Il sangue, in pratica, deve avere un certo pH: se ci si allontana troppo dal valore, verso l'alto o verso il basso, non ci sono più le condizioni compatibili con la vita. L'equilibrio acido-basico viene mantenuto, per così dire, automaticamente, ma a patto che l'organismo possa contare su tutte le sostanze necessarie al metabolismo. In particolare, l'acidificazione può essere causata dall'assunzione di sostanze come l'alcol metilico, il glicol etilenico o i salicilati (cioè l'aspirina e i suoi parenti più stretti): ma anche può essere lo sbocco di una chetoacidosi provocata da diabete non controllato, forte consumo di alcol, denutrizione.

Equilibrio infranto
La chetoacidosi deriva dal fatto che l'organismo, quando non ha modo di ricavare energia dal metabolismo del glucosio, che è il meccanismo principe, passa a bruciare proteine e grassi, ma lo fa in modo incompleto, dando luogo alla formazione di chetoni o corpi chetonici. Questo sono appunto sostanze acide. Ecco perché la chetoacidosi è caratteristica del diabete, condizione in cui il metabolismo del glucosio viene in pratica impedito, o del digiuno, situazione in cui non viene introdotto nulla dall'esterno e, per mantenere la vita, si passa all'utilizzazione dei grassi "di riserva".
Ora, che cosa fa la dieta Atkins? In pratica, riproduce la stessa condizione del digiuno: prevedendo una quota molto bassa di carboidrati (cioè zuccheri semplici e complessi come quelli dei cereali) e una quota corrispondentemente alta di proteine e grassi (carne, formaggi eccetera), istiga il metabolismo a ottenere dagli acidi grassi l'energia necessaria. Senonché l'accumulo di corpi chetonici ha potenzialmente l'effetto descritto prima. Quello che notano gli autori della segnalazione su Lancet è che questo effetto della dieta Atkins non viene segnalato come potenzialmente pericoloso e, anzi, si raccomanda di controllare la presenza di corpi chetonici nelle urine come segno che si sta seguendo adeguatamente la dieta.

Velocità pericolosa
La rivista ha pubblicato anche un commento al caso, dove si riassume una verità spesso trascurata: le diete a basso contenuto di carboidrati, anche quando non conducono a situazioni limite, sono "ben lontane dall'essere salutari". Infatti sono di ordinaria amministrazione anche stipsi e diarrea, alitosi, cefalea e senso di spossatezza. Inoltre aumentano il carico di lavoro dei reni e, alterando l'equilibrio acido basico, si può giungere alla demineralizzazione delle ossa (da qualche parte, il calcio per tamponare l'acidità va pur preso). Ciononostante, questa dieta, come altre fantasiose, hanno un sempre maggior successo. La spiegazione è semplice: a breve termine sono più rapide nell'indurre la perdita di peso, anche se i soli studi condotti mostrano che in capo a un anno le differenze scompaiono. Mancando studi a lungo termine, poi, non è nemmeno chiaro quali possano essere le conseguenze del ricorso di abitudine a questo regime. Insomma, davvero non è chiaro il danno che si fa quando si propagandano diete valide per tutti, rapide, e che non richiedono sacrifici. Si cominci a mangiare un po' meno e a muoversi di più. Perché in fin dei conti, se si sta facendo qualcosa di interessante, non necessariamente qualcosa di fisico, è più difficile anche sentire l'appetito.

Sveva Prati


Fonti
Steffen LM, Jennifer A Nettleton JA .Carbohydrates: how low can you go? The Lancet 2006; 367:880-881
Tsuh-Yin Chen et al. A life-threatening complication of Atkins diet.The Lancet 2006; 367:958



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