È l'ora del te

22 settembre 2004

È l'ora del te



Per capire l'importanza delle vitamine nel bilancio di un organismo umano è bastato osservarne la carenza. La sindrome carenziale (malattia specifica) che ne deriva è un chiaro segno di essenzialità di tali sostanze. Chi ha carenza di vitamina C si ammala di scorbuto, chi di  niacina si ammala di pellagra, per la B1 si sviluppa il Beri-beri; si tratta di malattie antiche scongiurate dal miglioramento delle conoscenze e delle condizioni di vita, ma che hanno dato inizio a studi che oggi indicano quali sono le dosi di assunzione nutrizionalmente opportune.

Dalla tradizione al laboratorio
Per altre molecole questo tipo di percorso non è stato seguito in quanto la loro carenza non mette in pericolo la vita dell'individuo. Tuttavia non sono state ignorate certe evidenze epidemiologico-statitistiche. Se in un certo numero di persone che le assumono si osservano dei vantaggi vale la pena indagare sui meccanismi di azione biochimica che tali sostanze possono avere sull'organismo umano. Ed è proprio seguendo questo schema che è stato studiato l'effetto del te verde sulla salute umana. Molto noto nella tradizione orientale, poco apprezzato in occidente quanto meno per il sapore non gradevole per tutti, il te verde viene preparato escludendo il processo finale di fermentazione (tipico del te nero) che elimina parecchie sostanze tra cui i polifenoli. L'attenzione è stata rivolta in particolare a uno di questi composti, l'epigallocatechingallato (EGCG) sul quale sono state eseguite sperimentazioni biochimiche in vitro. In generale i polifenoli vegetali sono i tipici esempi di sostanze nutrizionalmente non essenziali la cui assunzione però è correlata a un ridotto rischio di malattie cronico-degenerative.
Sulla base di queste evidenze di laboratorio e dell'esperienza di popoli che consumano te verde da secoli, e che da certe malattie sembrano più protetti, sono state tratte diverse conclusioni e ipotesi di impiego.

Se ci sono meglio
L'EGCG ha dimostrato durante la sperimentazione in laboratorio di avere un'azione antiossidante e la capacità di interagire con gli enzimi proteasi, vale a dire che protegge le proteine dall'essere tagliate dalle proteasi.
L'azione antiossidante è una di quelle funzioni non vitali per l'organismo ma che quando è garantita fa sì che l'organismo viva meglio e più a lungo; sostanzialmente gli antiossidanti neutralizzano i radicali liberi che tendono a danneggiare i tessuti anche se non ne compromettono la vitalità. Chiaramente ne segue un invecchiamento delle cellule più rapido soprattutto quando a questa carenza si associano altre fattori: cattiva alimentazione, abitudine al fumo, esposizione a inquinanti.
L'azione antiproteasica è leggermente più specifica. Nell'epidermide, per esempio, evita la degradazione delle proteine del collagene e quindi rallenta l'invecchiamento cutaneo. Le proteasi sono prodotte anche dalle cellule tumorali in fase di metastasi e nel sistema nervoso degradano alcune proteine del cervello. L'EGCG potrebbe avere un ruolo anche nell'igiene orale come antibatterico e come battericida sempre grazie all'interazione con le proteine.

Formule standard
I risultati di queste ricerche sono stati presentati durante una conferenza stampa tenutasi a Milano durante la quale il professor Ursini, ordinario di Biochimica alla facoltà di Medicina di Padova, nonché autore della sperimentazione in vitro, ha sottolineato la necessità di ottimizzare l'assunzione di queste molecole. "Dall'integrazione tra la medicina basata su evidenze scientifiche e le informazioni epidemiologico-statistiche - ha concluso Ursini - è possibile arrivare a formulazioni standardizzate che assicurano l'assunzione opportuna di certe molecole affinché possano essere efficaci." Anche quelle del te verde.

Simona Zazzetta




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