Tolto il tumore che cosa resta?

20 giugno 2007

Tolto il tumore che cosa resta?



Il primo shock arriva con la diagnosi, poi l'intervento chirurgico, spesso complesso e demolitivo, segue la chemioterapia, i controlli distanziati nel tempo. Prima di sentirsi, ed essere dichiarati completamente guariti deve passare parecchio tempo.
Questo tempo, complice l'inevitabile debilitazione psicofisica, può essere vissuto in uno stato d'ansia continuo, come ha testimoniato Francesco Raspagliesi, responsabile del Dipartimento di Oncologia Ginecologica dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
Raspagliesi è intervenuto a una conferenza stampa, il 14 giugno, giorno di apertura del 19° congresso della SIOG (Società italiana di oncologia ginecologica) di cui è presidente, per riassumere le principali novità discusse a Milano.

La qualità conta
Il chirurgo ha parlato del sempre maggior ricorso a interventi in laparoscopia, invece che ad addome aperto (laparotomia), una tecnica che nel primo trimestre del 2007 all'Istituto dei Tumori è stata impiegata nel 35% dei casi. Del resto i vantaggi della chirurgia mini-invasiva sono noti e sfruttati in molti altri settori della medicina, e l'applicazione ai tumori femminili "è in grado di offrire non solo un'appropriata radicalità chirurgica, ma anche una drastica riduzione dei tempi di degenza e del dolore postoperatorio. Nei prossimi anni tale chirurgia sostituirà quella tradizionale nella maggior parte dei casi".
Questo perché l'approccio al paziente oggi è sempre più inteso a migliorare la qualità di vita, oltre che alla guarigione clinica e, in questa direzione, si pone anche un progetto che il professore ha sperimentato con successo su alcune sue pazienti, e che ora vuole esportare in tutta Italia. Si tratta di Vita d'aMare: minicrociere in barca a vela per superare la sindrome della spada di Damocle "quell'angoscia perenne che permane in molte delle donne operate e curate per un tumore, che è la paura che il tumore si ripresenti". Spiega Raspagliesi che dopo il calvario diagnosi-intervento "non è immediato né semplice il recupero di una vita attiva e serena; dal punto di vista psicologico la progettualità e i rapporti affettivi sono compromessi. Inoltre, comprensibilmente, molte donne rifiutano il ricorso a uno psicologo per non sentirsi, di nuovo, malate".

Incontri fortunati
Cristiana Monina, velista professionista vuole condividere le emozioni del mare, l'Associazione Assistenza Mare Italia (AMI) offre una barca a vela, la Fondazione Lighea trova un terapeuta entusiasta di lavorare per mare e, così, nascono gli equipaggi, di 4 donne ciascuno, che salpano da Ostia e per 5-6 giorni parlano e lavorano insieme. "Le donne selezionate avevano dai 25 ai 65 anni - racconta l'oncologo - non si conoscevano tra loro e non erano mai state in barca a vela. Eppure il viaggio, il mal di mare, l'esperienza di governare la barca hanno favorito una terapia di gruppo spontanea. Oltre le nostre aspettative, lo stesso psicologo presente ha verificato che in quei pochi giorni le donne si erano ristabilite ed erano pronte a tornare davvero alla vita di prima".

Elisabetta Lucchesini

Fonte
Conferenza stampa di presentazione del XIX Congresso Nazionale SIOG "Advances in Gynaecological Oncology". Milano, 14 giugno 2007




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