C'è speranza per il rene

19 marzo 2008

C'è speranza per il rene



Parlando di prevenzione oncologica si fa riferimento quasi sempre alla diagnosi precoce, ma ci sono tumori nei quali le armi dello screening sono spuntate: sembra essere il caso del carcinoma renale. Di frequente si arriva a scoprirlo perché ci si fa visitare per sangue nelle urine (o per dolore addominale, segno però più tardivo), o per un'ecografia addominale per altri motivi, ma la scarsa accessibilità della sede e la genericità di sintomi come astenia e febbricola non aiutano: resta il fatto che nel 25-30% dei casi viene diagnosticato quando è già al IV stadio, l'ultimo e già metastatico, quando la sopravvivenza a cinque anni è sotto il 10%. Lo stadio più avanzato è molto penalizzato sul piano della terapia: mentre nei primi due, limitati al rene, la chirurgia ha successo in più dell'80% dei casi e nei primi tre, con lo stadio infiltrato ai linfonodi regionali, arriva al 70%, nel IV l'intervento è palliativo e anche la strategia di scelta, l'immunoterapia, non appare in grado di aumentare sopravvivenza. Un passo avanti è però la disponibilità di un farmaco di nuovo tipo, approvato per l'Europa e atteso in Italia, con il quale per la prima volta si dimostra la possibilità di prolungare la sopravvivenza, migliorando nel contempo la qualità di vita.

Chance per la prognosi sfavorevole
Tra l'altro il carcinoma a cellule renali (CCR) è relativamente raro ma la sua frequenza sta aumentando, costituisce circa il 3% delle neoplasie e conta circa 27.000 nuovi casi annui in Europa, più di 8.500 in Italia; colpisce in maggioranza dopo i 45, con un picco a 60-65 anni, e gli uomini il doppio che le donne. "L'aumento si lega al maggior numero di diagnosi specie per l'incremento delle ecografie addominali (per esempio per controllare la prostata), ma questo non basta a piegarlo" spiega in un incontro a Milano sulla neoplasia Marco Bregni, dell'Istituto scientifico San Raffaele. "Si sa che ci sono fattori genetici predisponenti come le mutazioni Von Hippel-Lindau (VHL) e quella sul cromosoma 3 del carcinoma a cellule chiare, o nefropatie quali rene policistico e glomerulopatia familiare; incidono anche ipertensione, obesità, fumo, esposizioni occupazionali come quella al cadmio e all'asbesto". Il tumore si classifica appunto in quattro stadi, nel III con interessamento delle vene renale e cava e possibili trombi e nel IV con coinvolgimento degli organi adiacenti (da cui dolore) o metastasi a distanza: quest'ultimo a sua volta è stratificato in casi a prognosi favorevole, intermedia, sfavorevole, con aspettative medie di vita rispettivamente di 24, 12 e 6 mesi. "Il carcinoma renale ha anche una peculiarità, l'elevata chemioresistenza che rende inefficace la chemioterapia" aggiunge Camillo Porta, del Policlinico San Matteo di Pavia. "Nelle forme avanzate pochissime strategie hanno mostrato risultati, tranne l'interferone e l'interleuchina-2 ad alte dosi, ma con effetti tossici severi e senza aumento sostanziale della sopravivenza (inefficace anche la radioterapia). La prima opzione a mostrare questa possibilità è il temsirolimus, che nei casi a prognosi sfavorevole può allungare la vita circa del 50%, permettendo di arrivare a 10-11 mesi. Bisogna considerare che questo è in pratica in assenza di altre chance e che il guadagno non è solo quantitativo, ma anche qualitativo, con un farmaco che si assume per via venosa una volta alla settimana in day hospital".

Inibizione di una proteina chiave

Con questa molecola si entra in una nuova frontiera terapeutica, per il carcinoma renale, forse anche più precoce, e per altri tumori, dai linfomi a quelli solidi. E' parente della rapamicina, impiegata come antirigetto nei trapianti, e colpisce la proteina mTOR (mammalian target of rapamycin): questa si è identificata come importante regolatore della crescita, moltiplicazione e sopravvivenza cellulare, in quanto snodo tra segnali in entrata nella cellula, compresi fattori di crescita e sostanze nutritive, e segnali in uscita comprese sostanze per la proliferazione e l'angiogenesi. In diversi tipi di tumori componenti a monte e a valle di mTOR sono alterati. Inibendo la proteina si bloccano quindi i processi a valle, per esempio citochine che stimolano l'angiogenesi che alimenta il cancro, inoltre si favorisce la morte cellulare (apoptosi) che è inibita da mTOR. "La molecola è già utilizzata da noi per uso compassionevole da un anno circa" conclude Bregni "con risultati incoraggianti, anche nei casi resistenti". Il farmaco approvato l'anno scorso dalla FDA statunitense ha avuto il placet dell'EMEA ed è già disponibile in alcuni paesi europei.
Intanto si stanno esplorando nuove vie anche per l'indicazione chirurgica: in questi giorni per la prima volta in Italia si è rimosso un carcinoma renale con la nuova metodica degli ultrasuoni focalizzati ad alta intensità (Hifu), promettente in altre applicazioni; l'intervento è stato eseguito per via laparoscopica su una cinquantenne con tumore di 4 centimetri all'Ospedale San Giovanni Bosco di Torino.

Elettra Vecchia

Fonti
Conferenza stampa "Cancro al rene-Le nuove frontiere della ricerca", Milano 13 marzo 2008.

 



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