Cellule geneticamente armate

08 settembre 2006

Cellule geneticamente armate



In linea teorica l'organismo umano, o animale in genere, potrebbe avere tutte le carte in regola per difendersi dalle malattie, ma sembra che manchi sempre qualcosa per raggiungere questa perfezione. Per esempio, nel sistema immunitario girano cellule capaci di riconoscere e distruggere le cellule tumorali, niente di più semplice per combattere questo male. Peccato che non ce ne siano abbastanza per vincere la guerra, ma la loro presenza è stata la premessa di una ricerca condotta dal National Cancer Institute, che dura da molti anni e che attualmente ha riportato interessanti risultati. L'attenzione dei ricercatori, guidati da Steven Rosenberg, si è focalizzata su un tumore in particolare, il melanoma, ma alla luce dei risultati il metodo è potenzialmente estendibile ad altre forme di tumore.

Un esercito in marcia
La particolarità delle cellule studiate, precisamente linfociti T, è la loro capacità di riconoscere e attaccare cellule estranee come quelle che si trovano nella massa tumorale. Alcuni anni fa, la stessa equipe aveva già tentato di intervenire su questa popolazione di cellule immunitarie. Erano state estratte da pazienti affetti da melanoma e poi erano state fatte moltiplicare in laboratorio. Con un chemioterapia erano stati eliminati i vecchi linfociti, meno specifici, rimpiazzati con le nuove cellule, orientate e numerose. I risultati non furono esaltanti e si parlò di una possibile cura del melanoma. Lo studio più recente, per altro pubblicato sulle pagine di Science, potrebbe essere il passo successivo allora auspicato. La tecnologia è decisamente più avanzata in quanto i ricercatori hanno fatto ricorso all'ingegneria genetica, quindi laddove c'era carenza di un certo tipo di cellule anziché moltiplicarle sono state create ad hoc modificando quelle già esistenti. Le cellule della linea T del sistema immunitario presentano sulla superficie un recettore proteico (anticorpo) che ne riconosce un'altra (antigene) che si trova sulla cellula tumorale. L'informazione su come sintetizzare l'anticorpo è, come sempre, contenuta in un gene, Rosenberg e i suoi colleghi non hanno fatto altro che trasferire questi geni specifici nelle cellule T "normali", prelevate dal paziente con melanoma in stadio avanzato, prive di tale materiale genetico. In questo modo, i ricercatori hanno potuto creare un esercito di linfociti T armati in modo specifico contro le cellule del melanoma. Le cellule armate, come loro stessi le hanno chiamate, sono state restituite ai rispettivi pazienti. Dei 17 soggetti trattati, due hanno visto la massa tumorale ridursi notevolmente fino a essere dichiarati clinicamente guariti, liberi dalla malattia più di un anno e mezzo dopo l'inizio della cura, il che rappresenta un successo notevole.

Successi e dubbi
Dopo la guarigione gli stessi pazienti intervistati si sono dichiarati fortunati per aver ricevuto la cura; perplessità e prudenza, invece, sono state espresse dagli autori e dal mondo scientifico: nessuno è in grado di spiegare perché nei 15 pazienti non ha funzionato mentre in due casi l'efficacia è stata assolutamente degna di nota. Questo significa che non si può cantar vittoria contro un tumore particolarmente aggressivo quale il melanoma in quanto bisognerà dimostrare che il risultato possa essere replicato (è il metodo scientifico che lo richiede). Ma, al di là delle due guarigioni, i punti a favore sono diversi. In primo luogo, nei pazienti non guariti, le cellule T ingegnerizzate mostravano comunque segnali di persistenza e raggiungevano almeno il 10% delle cellule T circolanti per almeno due mesi dopo il trattamento. Nei soggetti guariti il livello era, ovviamente, più alto. Al momento Rosenberg ha un obiettivo: trovare il modo per affinare il trattamento così da ottenere un maggior numero di cellule ingegnerizzate in grado di sopravvivere nel paziente continuando a esprimere l'informazione di cui sono state dotate. Sembrerebbe questo aspetto, infatti, quello più labile. Proiettando al futuro una terapia del genere, che rientra nel filone delle terapie geniche, è immaginabile adattare la tecnica ad altri tumori, e la stessa equipe ha già dimostrato il modo per ingegnerizzare cellule immunitarie contro tumori al seno, al polmone e al fegato. Non resta che attendere il futuro.

Simona Zazzetta


Fonti

Eurekalert
Morgan RA et al. Cancer Regression in Patients After Transfer of Genetically Engineered Lymphocytes. Science. 2006 Aug 31;




 



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