Mastoplastica per gradi

11 gennaio 2006

Mastoplastica per gradi



Per una volta, si evitino i richiami epidemiologici: che il tumore della mammella sia diffuso, ormai si sa. Così come si sa che non sempre è possibile ricorrere agli interventi conservativi, ma è necessario effettuare una mastectomia. In particolare quando il tumore è relativamente sviluppato oppure quando il seno è piccolo, cioè vi è un elevato rapporto tra massa della neoplasia e quella della mammella.
Fortunatamente oggi è possibile rimediare alle conseguenze estetiche (e psicologiche) della mutilazione, e la ricostruzione della mammella dopo la mastectomia è pratica corrente. Si possono adottare tecniche diverse. Per esempio l'uso di un impianto protesico, oppure la trasposizione di lembi muscolari della paziente stessa. A volte è necessario un intervento in due tempi (prima l'impianto di un espansore dei tessuti, che crea la sede per la protesi, poi la protesi vera e propria), a volte è sufficiente applicare direttamente la protesi. Però, non sempre tutto procede senza inconvenienti e, come nel caso della mastoplastica per scopi puramente estetici, anche qui si può presentare la necessità di rioperare.


Spesso il secondo intervento è programmato
Quanto spesso e per quali motivi lo suggerisce ora uno studio danese, che ha seguito nel tempo 574 donne per un totale di 900 interventi. 407 donne sono state comprese nello studio al momento della loro prima operazione ricostruttiva, e 135 di queste sono state successivamente operate di nuovo, mentre altre 167 sono entrate nello studio al momento del loro secondo intervento ricostruttivo. Prevalentemente (88%) si è ricorso a una protesi, una soluzione spesso preferita perché, tra l'altro, mantiene una certa sensibilità, mentre nel 12% dei casi si sono attuate altre soluzioni (per esempio protesi più tessuto autologo).
Prevalentemente si è proceduto in due tempi (espansore e protesi) ma in un 27% dei casi si è posizionata direttamente la protesi. Fin qui il quadro delle procedure; quanto alle situazioni che hanno richiesto un secondo intervento, nel 49% dei casi era "normale", in quanto si doveva sostituire l'espansore con la protesi.
Gli altri reinterventi sono stati dovuti a complicanze vere e proprie: contrazione della capsula (23%), asimmetria (20%) e spostamento della protesi (16%) le più diffuse. In altri casi si è trattato di richieste della paziente, magari per avere una protesi di misura differente (più grande o più piccola). Spesso, vi sono state più ragioni concomitanti per intervenire di nuovo.

Il risultato non è compromesso
In definitiva, il 31% delle donne ha avuto almeno una complicazione, spesso limitata, come le infezioni della ferita chirurgia, a volte più gravi, e il 21% ha dovuto ricorrere a un secondo intervento per questo motivo.
Sembrano dati sfavorevoli, ma bisogna tenere presente che in questi casi il chirurgo ha a che fare con situazioni molto diverse, per esempio per lo stato dei tessuti, l'età eccetera; inoltre, l'intervento in sè è meno semplice di quello che si pratica sulla "velina" di turno. In particolare, non si deve dimenticare che quando alla mastectomia segue la terapia radiante, i tessuti presentano una minore elasticità. Ciononostante, questo non significa che ci sia un elevato tasso di insuccessi. Per esempio, è ben raro che dopo il secondo impianto si abbia una nuova perdita della protesi. Certamente, pero, la donna deve sapere che c'è una certa probabilità di riuscire a ottenere il risultato voluto solo attraverso più interventi.

Maurizio Imperiali

Fonte
Henriksen TF et al. Reconstructive breast implantation after mastectomy for breast cancer: clinicaloutcomes in a nationwide prospective cohort study. Arch Surg. 2005 Dec;140(12):1152-9







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