Diagnosi complessa

05 aprile 2007
Focus

Diagnosi complessa



Il Registro Nazionale, appena istituito allo scopo di garantire un uso appropriato, sicuro e controllato della somministrazione di farmaci per l'ADHD, lo ha sottolineato in modo chiaro, laddove dice di aver individuato alcune "procedure che vincolano la prescrizione del farmaco ad una diagnosi differenziale e ad un Piano terapeutico definiti da centri di Riferimento di neuropsichiatria infantile appositamente individuati dalle regioni". Diagnosi e centri di riferimento di neuropsichiatria infantile sono due elementi cruciali nell'annosa vicenda dell'ADHD. E l'incontro svoltosi a Milano e promosso da AIFA Onlus (Associazione italiana famiglie ADHD) e AIDAI (Associazione italiana disturbi attenzione e iperattività) è stato l'occasione per ribadirlo, a poche settimane dal via libera dell' AIFA, intesa però come Agenzia italiana del farmaco, a metilfenidato e atomoxetina, i due prodotti per la terapia dei piccoli malato. Il fatto è, e lo ha sottolineato Dante Besana, componente del Comitato tecnico-scientifico dell'AIFA Onlus, che non esiste alcun test oggettivo che rilevi il disturbo da deficit di attenzione e iperattività e i criteri diagnostici soffrono inevitabilmente della soggettività di applicazione. Un conto, però, è la vivacità e un altro è l'iperattività. Ma come si può distinguerle? E come si può rischiare di eccedere nelle diagnosi o peggio di trascurare i casi reali?

Come funzionano i servizi territoriali
Qui scendono in campo i servizi territoriali di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza (NPIA), almeno laddove funzionano e in Lombardia sembra essere così. E' all'interno di questa rete che nella maggior parte dei casi vengono raccolti i primi segnali di sofferenza dei bambini, che deve essere effettuata la diagnosi e organizzati tutti gli interventi non farmacologici. Su 33 NPIA attivi in Lombardia, per un totale di quasi 100 sedi e oltre mille operatori, circa 20 sono dotati di servizio ospedaliero e destinati a diventare centri regionali di riferimento per l'Adhd. Il percorso in modo schematico è questo: la famiglia chiama il servizio territoriale più vicino e chiede una valutazione. Spesso chiama su sollecitazione del pediatra o della scuola, avendo la sensazione che c'è qualcosa nel bambino che non va come dovrebbe, ma senza sapere che cosa. Dopo una prima visita specialistica, viene iniziato il percorso di valutazione, per completare il quale sono necessarie più di 10 ore. A questo punto può nascere il sospetto di ADHD ma anche il dubbio che vi siano altri problemi concomitanti. Al termine della valutazione gli operatori incontrano la famiglia per comunicare la diagnosi e concordare gli interventi necessari. E non si parte mai dai farmaci. I primi interventi vanno ad agire sull'ambiente di vita, da una parte l'ambiente deve modificarsi per meglio rispondere alle necessità del bambino, dall'altra il bambino viene supportato nello sviluppo di strategie che gli permettono di aggirare il problema. Il successo, hanno detto gli esperti convenuti all'incontro milanese, avviene nell'80% dei casi. E per gli altri? Per il rimanente 20% dei casi entrano in gioco i tanto demonizzati farmaci sintomatici (metilfenidato e atomoxetina) di cui ci occupiamo a parte. L'eventuale terapia farmacologia, però, viene fatta dal Servizio territoriale di NPIA che ha in carico il bambino e confermata dal centro di riferimento regionale. Gli altri interventi, nel frattempo, proseguono come prima. Un processo articolato nel quale la diagnosi rappresenta un passaggio centrale. Ma come viene effettuata?

Come si effettua la diagnosi
Come premesso non esiste alcun test oggettivo. La diagnosi è esclusivamente clinico-specialistica e si basa sulla conoscenza del comportamento e delle prestazioni del bambino in più contesti, sulla sua osservazione diretta e sulla valutazione delle sue competenze prestazionali, anche mediante la somministrazione di test funzionali e neuropsicologici. La diagnosi si basa in sostanza sulla presenza per almeno sei mesi e in più contesti di sintomi cardine (disattenzione, iperattività e impulsività), esorditi prima dei sette anni. Come recita il DSM IV, la "Bibbia" della psichiatria, i sintomi debbono condizionare "una situazione/stato persistente di disattenzione e/o iperattività e impulsività più frequente e grave di quanto tipicamente si osservi in bambini di pari livelli di sviluppo". Questo in teoria, ma il passaggio alla pratica non è così immediato e l'effetto, ha spiegato sempre Besana, è che molti piccoli malati non vedano riconosciuta la propria patologia. Con una quota di sommerso che, dice Besana è molto elevata. Solo lo zoccolo duro viene identificato. E non c'è da stupirsi, visto le polemiche che ancora suscita l'idea stessa che l'ADHD esista. L'argomento è delicato e andrebbe sgomberato il campo da ciò che origina le polemiche. Sembra facile...

Marco Malagutti

Fonte
Conferenza stampa: "ADHD: conoscere per capire", Milano 3 aprile



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