Un bestseller contestato

21 maggio 2000

Un bestseller contestato



È un farmaco che scotta. Come spiegare altrimenti la grande attenzione dei media o le crociate lanciate in tempi recenti da personaggi come Hilary Clinton contro il suo consumo smodato? Si tratta del metilfenidato, meglio noto come Ritalin, farmaco assai popolare negli Stati Uniti, dove si concentra il 90% del mercato, e tornato in commercio da poco anche in Italia per la terapia del deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Ma di che cosa si tratta?

Ritalin cioè
Il Ritalin è uno stimolante centrale e come tale appartiene ai farmaci d'abuso ed era incluso nelle tabella I e III degli stupefacenti, in compagnia di cocaina, anfetamine, oppiacei e barbiturici. Era perché dal marzo dello scorso anno è passato, per decreto ministeriale, nella sottotabella IV, dove sono presenti le benzodiazepine, gli psicofarmaci perciò. Un passaggio necessario, come sottolineato dal sottosegretario alla Salute Antonio Guidi in risposta a una interrogazione parlamentare, per non porre un ostacolo all'accesso del farmaco da parte dei giovani pazienti affetti da ADHD. Uno stimolante per bambini iperattivi? Sì perché l'azione paradossale è quella di risvegliare l'attenzione e placare l'eccitazione, agendo a livello delle parti terminali di comunicazione tra i neuroni (zone sinaptiche) e bloccando il rilascio e la riutilizzazione della dopamina, neurotrasmettitore coinvolto nella risposta eccitatoria. Le compresse hanno un'efficacia di circa 4 ore, ma esistono anche quelle a lento rilascio, per poi presentare un calo rapido del loro effetto. Non mancano naturalmente gli effetti collaterali. I più frequenti sono: riduzione dell'appetito, disturbi dell'addormentamento, comportamento depressivo. Meno comuni e solo iniziali, invece, cefalea, vertigini, dolori addominali, nausea, pallore, tic, stereotipie, paure, rebound (disagio, tristezza, irritabilità, disturbi regolazione circolatoria, ipersonnia, allucinazioni). C'è da preoccuparsi?

Utile ma senza abusarne
I pareri sono contrastanti. Da una parte c'è chi come Stefano Vella, direttore del Dipartimento del Farmaco dell'Istituto Superiore di Sanità, sostiene che i farmaci fanno male per definizione, ma quando le medicine servono vanno somministrate. L'importante è non abusarne. A questo scopo è stato creato dal Ministero della Salute un Registro Italiano dell'ADHD. Un mezzo per controllare la correttezza delle prescrizioni, che saranno fatte esclusivamente da Centri d'eccellenza istituiti nelle diverse regioni, e a valutarne gli effetti. Del resto sostiene Carlo Cianchetti, presidente della Società Italiana di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza "La malattia è genetica, è una disfunzione biochimica, il farmaco ce lo dimostra poiché modifica il meccanismo dei neurotrasmettitori, e dunque ferma il sintomo". D'altro canto va detto che la Food and Drug Administration statunitense ha rilasciato un parere allarmante secondo cui i bambini depressi trattati con farmaci antidepressivi presentano comportamenti autolesionisti. E la stessa scheda tecnica del farmaco parla di "marcata assuefazione e dipendenza psichica con vari gradi di comportamento anormale nel caso di uso abusivo". Ecco perché come dichiarato all'Unità da Enrico Nonnis, neuropsichiatria infantile della Asl Rm E: "si perpetua una cultura e si mantiene un'abitudine che è quella di ricorrere al farmaco come unica possibilità di cura.......La risposta a un bambino iperattivo non può essere prevalentemente farmacologica; deve essere soprattutto di tipo sociale, psicoterapeutico, di collaborazione con la famiglia e con altre istituzioni come la scuola". Il rischio è evidente. Trasformare il metilfenidato in una facile scorciatoia, quando magari le difficoltà sono legate a un fallimento familiare e sociale.

Marco Malagutti


Fonti
Allarme: la «pillola dell'obbedienza» torna in farmacia, L'Unità 24 settembre 2004

"Attention Deficit Hyperactivity Disorder", Primary Care Psychiatry (1997) 3, 101-113

Cantwell DP. Attention deficit disorder: a review of the past 10 years. J Am Acad Child Adolesc Psychiatry 1996; 35: 978-987



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