Non basta addolcire

14 ottobre 2005

Non basta addolcire



Anche quando poi vengono curati, i bambini sono comunque esposti a qualche inconveniente in più rispetto agli adulti. Non fosse altro che per il fatto che ogni volta che si prescrive un farmaco a un bambino c'è una possibilità su due che si tratti di una sostanza che non è stata sperimentata su persone della sua età. E' cosa risaputa che il 50% dei farmaci impiegati nei bambini non sono stati oggetto di ricerca nella popolazione in età pediatrica, e difatti non riportano questa indicazione. Però, per quanto risaputa, la circostanza non è stata affrontata, come è stato ricordato anche durante il 61° Congresso della Società Italiana di pediatria, svoltosi qualche giorno fa a Montecatini Terme. Secondo i dati comunicati in quell'occasione, due terzi dei bambini ricoverati in ospedale ricevono una prescrizione off-label, cioè di un farmaco che non riporta nell'etichetta (label) l'indicazione pediatrica. Circa l'11% dei medicinali utilizzati nelle unità di terapia intensiva è unlicensed, cioè non ancora autorizzato, e il 47% off-label. Inoltre farmaci non pediatrici vengono somministrati addirittura al 93% dei bambini con basso peso alla nascita. Inoltre il 39-55% delle prescrizioni pediatriche dei medici di famiglia è off-label e il 7-10% riguarda prodotti non autorizzati. I dati della prescrizione sul territorio, cioè da parte di pediatri di libera scelta e medici di famiglia coincide con quelli riportati da anni dal progetto ARNO.

Una scelta inevitabile, per ora
Però, non si tratta di una scorrettezza da parte di chi cura i bambini, come spiega Giuseppe Saggese, presidente della Società : "è la scarsa la scarsa disponibilità di farmaci specificatamente adatti ai bambini costringe i pediatri a questa scelta". Il fatto è che il bambino ha caratteristiche diverse dall'adulto in entrambi gli aspetti fondamentali del comportamento di un farmaco: la farmacocinetica, cioè il modo in cui si distribuisce nell'organismo e la farmacodinamica, cioè il modo in cui agisce. Come se non bastasse, è impossibile considerare i giovanissimi come un gruppo omogeneo: un conto è un neonato e ben altro un quattordicenne. Qualche esempio: il pH gastrico dei neonati è più alto, cioè i succhi gastrici sono meno acidi, la motilità intestinale è diversa e gli enzimi che possono concorrere alla metabolizzazione del farmaco presenti in misura diversa o assenti. E' ovvio che un medicinale per via orale, confacente a un adulto, potrebbe funzionare in maniera diversa in questa situazione. Non è poi soltanto questione di principi attivi, ma anche di eccipienti, cioè delle sostanze non medicinali usate per confezionare la medicina: non tutte sono adatte ai ai bambini di tutte le età. In definitiva, usando farmaci per adulti, l'efficacia non è certa e in compenso possono aumentare gli effetti collaterali.Per giungere a un farmaco a misura di piccolo paziente occorrono studi ad hoc, e gli studi costano. Costano anche gli studi per gli adulti ma, dal punto di vista commerciale, il gioco vale la candela: nel caso di un antibiotico usato per le bronchiti è chiaro che, tra adulti e anziani, la platea dei potenziali consumatori è molto vasta, molto meno quella dei bambini delle diverse fasce di età. In pratica, per citare un testo ufficiale della Commissione Europea, "l'industria ha considerato che per molte malattie dell'infanzia, il potenziale ritorno degli investimenti in ricerca e sviluppo non è tale da giustificarli". Insomma, il mercato non garantisce farmaci adeguati alle esigenze dei bambini, non da solo almeno.

Il mercato va guidato
Di qui la necessità di un intervento pubblico, che ha avuto il primo passo in una risoluzione del Consiglio Europeo del 2000 (sic) che ha condotto a sua volta a una risoluzione della Commissione europea del 2004 (sic) che dovrebbe diventare legge entro il 2006 (sic). Che cosa prevede la futura normativa europea si può riassumere facilmente. Si tratta di una serie di incentivi che dovrebbero rendere più "conveniente" la sperimentazione. Per esempio, per i nuovi farmaci che abbiano alle spalle studi sulla popolazione pediatrica si prevede un allungamento del brevetto di sei mesi; se poi si tratta di un farmaco orfano, cioè destinato a curare malattie rare, il brevetto si estende di due anni. Per evitare che la necessità di espletare la sperimentazione sui bambini, che necessita di una valutazione ad hoc, si stabilisce che comunque si potrà richiedere nel frattempo la registrazione per l'uso negli adulti. Quanto ai vecchi farmaci, quelli ormai non più coperti da brevetto e prodotti e venduti anche come generici, c'è una novità ancora più importante. L'azienda che finanziasse studi sul loro impiego nei bambini si vedrebbe riconosciuta una particolare forma di registrazione, chiamata Paediatric Use Marketing Authorisation (PUMA) che a sua volta dà diritto a un brevetto della durata di dieci anni. In altre parole, se un'azienda produttrice di generici facesse condurre studi sull'uso pediatrico di un vecchio antibiotico o di un vecchio antinfiammatorio, nel caso la sperimentazione avesse esito positivo, solo lei avrebbe il diritto di vendere la formulazione pediatrica per dieci anni. A fronte di questi incentivi è evidente che l'EMEA, o meglio una sua apposita commissione, stabilirà quali requisiti debba avere la sperimentazione su questi pazienti così particolari. La sicurezza innanzitutto...

Maurizio Imperiali


Fonte

Draft European Parliament and Council Regulation (EC) on medicinal products for paediatric use - DG Enterprise 3 settembre 2004


 




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