Vaccinare meglio che trattare

21 novembre 2002

Vaccinare meglio che trattare



Ogni anno nel mondo almeno tre milioni di bambini vivono perché sono stati vaccinati, ma due milioni muoiono soltanto perché i vaccini già disponibili non li hanno raggiunti. Il dato evidenzia in modo chiaro l'importanza che hanno i vaccini e le scelte sanitarie in materia di prevenzione vaccinale. Al XXII Congresso Nazionale di Antibioticoterapia di Milano si è parlato anche di questo con particolare riguardo per le vaccinazioni contro la varicella, uno degli strumenti nuovi sul fronte della ricerca vaccinale, e contro la poliomielite una malattia scomparsa dall'Italia, ma la cui ricomparsa è sempre possibile.

I numeri della varicella
I dati provenienti dalle tre fonti ufficiali, Ministero della salute, rete di sorveglianza nazionale sentinella e risultati sieroepidemiologici, definiscono la varicella come la più diffusa malattia esantematica in Italia, anche in virtù dell'estensiva vaccinazione contro le altre malattie. L' infezione colpisce l'80% dei bambini fino all'età di 10-14 anni. Il trend medio epidemiologico dimostra che l'età media di incidenza è in aumento in quanto, a partire dai primi anni '70, si è verificato un graduale incremento nella percentuale di casi notificati nella fascia d'età maggiore di 15 anni. La coorte degli adolescenti tra gli 11 e i 14 anni presenta una sieronegatività pari al 20% circa, mentre in altri paesi non supera il 10%. Per quel che concerne la severità della malattia, rash più esteso e maggior rischio di complicanze, è generalmente associata all'aumento dell'età di incidenza. Il costo per ogni caso di varicella, infine, aumenta con l'età del paziente: ogni caso pediatrico è stato stimato intorno ai 130 euro, mentre nell'adolescente-adulto si raggiungono circa 790 euro. Data la netta prevalenza dell'infezione in età pediatrica, la maggior parte dei costi complessivi è, comunque, concentrata in quella fascia d'età. 

La strategia vaccinale
Per evitare l'infezione la strategia è triplice: evitare il contagio, assumere farmaci antivirali o immunoglobuline specifiche, vaccinare i soggetti suscettibili. Ed è proprio quest'ultima la strategia che - secondo Lucina Titone dell'Istituto di Patologia Infettiva e Virologia dell'università di Palermo - offre le maggiori garanzie in termini di efficacia sia individuale che sulla popolazione generale. A chi somministrare il vaccino? Un programma di vaccinazione universale, attualmente in sperimentazione in Sicilia, prevede la vaccinazione estensiva per i nuovi nati al 15° mese di vita, in aggiunta al vaccino trivalente, e per adolescenti, a partire da 12 anni, negativi all'anamnesi. La modalità ottimale, secondo la dottoressa Titone, perché provocherebbe una riduzione drastica della malattia senza rischio di spostamento verso classi d'età superiori, ma anche una modalità molto complessa sul piano organizzativo. Il programma di vaccinazione non è una novità assoluta, visto che nel 1995 i CDC statunitensi hanno avviato un progetto di sorveglianza attiva in tre contee appartenenti a tre stati diversi, con l'obiettivo di definire un database attendibile sull'incidenza della varicella, e di monitorare l'andamento della malattia a seguito dell'introduzione del vaccino. I risultati sono stati molto positivi, tanto che il vaccino, negli Stati Uniti, è stato introdotto nella routine pediatrica, ed è distribuito in più di 23 milioni di dosi. In Italia, in attesa di un vaccino disponibile, l'unica raccomandazione viene dalla Commissione Nazionale vaccini che prevede la vaccinazione solo per gli adolescenti suscettibili.

Polio: verso l'eradicazione
Tutt'altro discorso per la vaccinazione anti-polio, ad oggi una delle quattro vaccinazioni obbligatorie. Nel giugno del 2002 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha certificato che la poliomelite è stata ufficialmente eradicata anche dall'Europa (in Italia non si segnalano infezioni dal 1982 e l'ultimo caso in Europa risale al 1998, in Turchia). L'infezione era già, in precedenza, stata sconfitta nelle Americhe e nell'area del Pacifico occidentale (Cina e Australia incluse) Il numero dei paesi in cui la poliomelite è endemica è passato da 20 nel 2000 a 10 nel 2002. Ora l'obiettivo dell'OMS è l'eradicazione definitiva dell'infezione a livello mondiale, come già successo per il vaiolo. Nel frattempo, però, come sottolineato da Chiara Azzari dell'università di Firenze, non bisogna abbassare la guardia. 

Rischi da non sottovalutare
È ben dimostrato, infatti, dall'esperienza di numerose malattie che l'utilizzo di vaccinazioni di massa fa perdere nella popolazione la coscienza della gravità della malattia. A seguito di ciò la popolazione ritiene inutile vaccinarsi, con il rischio di una nuova epidemia causata dal virus selvaggio. I vaccini contro la polio sono di due tipi: quello di tipo Salk, basato su virus uccisi e che si inetta per via intramuscolare, e quello di tipo Sabin a virus vivi attenuati che si somministra per via orale. In Italia, per la verità, ormai i bambini vengono vaccinati con il vaccino inattivato (Salk), per ridurre i seppur rarissimi rischi di eventi avversi associati al vaccino polio Sabin. Attualmente sono previste quattro vaccinazioni per via intramuscolare nel terzo, quinto e undicesimo mese di vita e nel terzo anno di età, una dose quest'ultima che, secondo quanto illustrato al Congresso da Chiara Azzari, potrebbe essere posticipata al quinto anno, in associazione con difterite e tetano senza ridurre l'efficacia dell'immunizzazione anti-polio. Per quel che riguarda, infine, il richiamo del vaccino in età adolescenziale potrebbe essere utile in pazienti che abbiano ricevuto il vaccino tipo Sabin, nati quindi prima del 2001.
La corsa all'implementazione dei vaccini, comunque, come è emerso chiaramente nel corso del Congresso, non deve interrompersi, solo così, infatti, è stato possibile ridurre in modo significativo la mortalità per malattie infettive in età pediatrica.

Marco Malagutti


Fonte
22° Congresso Nazionale di Antibioticoterapia, Milano 13-14 novembre 2003



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