Croniche più che cronici

09 marzo 2007

Croniche più che cronici



L'indagine multiscopo ISTAT ha sondato 60 mila famiglie italiane in merito sia alle condizioni psicofisiche sia al gradimento dell'assistenza e ad altri fattori come l'abitudine al fumo o l'assunzione di farmaci.
Riferiti all'anno 2005, i dati segnalano una situazione generalmente soddisfacente, ma che vede comunque uno svantaggio da parte della popolazione femminile. Infatti, dice l'indagine, il 61,3% delle persone di 14 anni e più ha riferito di stare "bene" o"molto bene", a fronte del 6,7% che ha invece dichiarato di stare "male"o "molto male. Ma se a denunciare uno stato di malattia è il 5,1% degli uomini, per le donne la percentuale sale all'8,3. Il divario tra donne e uomini cresce con l'avanzare dell'età, così come la prevalenza delle malattie croniche. C'è anche una specificità di genere nel modo in cui ci si sente male o molto male: è evidente che, considerati gli effetti della menopausa sul metabolismo osseo, l'osteoporosi tocchi il 9% del campione tra le donne e soltanto l'1,1 tra gli uomini. Anche la cefalea ha un maggiore prevalenza tra le donne (10,5% rispetto al 4,7% degli uomini). Poi vengono artrite e artrosi, che come è malvezzo si considerano assieme, mentre si tratta di malattie differenti e, nel caso dell'artrosi, conseguenza molto comune dell'invecchiamento: riguardano il 21,8% delle donne e il 14,6% degli uomini. D'altra parte, gli uomini hanno una quota più che doppia di infarti (2,4% rispetto all'1,1%) e una prevalenza leggermente maggiore di bronchite cronica (4,8% rispetto al 4,2%).

Il peso delle differenze biologiche...
Niente di nuovo, si potrebbe dire, visto che sfortunatamente le differenze biologiche pesano inevitabilmente. Anche l'indice di stato fisico e di stato psicologico hanno un andamento decrescente con l'età, più accentuato per le donne. E' invece meno scontata la conferma che le demenze, considerando assieme la malattia di Alzheimer e quelle a origine vascolare, sono più diffuse tra le donne che tra gli uomini: 0,6% contro 0,3%. Però il dato va contestualizzato, perché si riferisce ai malati che vivono in famiglia. E' facile pensare che gestire anche le modificazioni caratteriali, dovute alla demenza, degli uomini sia più complesso che gestire quelle di una donna nelle stesse condizioni; di qui la possibilità che nella popolazione maschile colpita sia più frequente il ricovero. Altra differenza sostanziale è la condizione di multicronicità, cioè la presenza di più malattie per le quali non vi è guarigione.
Complessivamente il 13,1% delle persone dichiara di soffrire di almeno una malattia definita grave e il 13,3% di tre o più patologie croniche. Le donne presentano, per tutte le classi di età, tassi di multicronicità significativamente più alti (16,7% contro 9,8 % per gli uomini) ma nell'età anziana sono meno colpite degli uomini da patologie croniche gravi (38,9% contro 45,5%).

...e delle malattie croniche
Questo, pero, non significa che stiano necessariamente meglio. Non a caso l'indice di stato psicologico, che è uno dei due elementi riassuntivi dei questionari impiegati per queste valutazioni, è sempre più basso nella popolazione femminile. Del resto, è vero che di artrosi non si muore (almeno direttamente) ma è innegabile che le riduzioni dell'autonomia che comporta hanno un effetto spesso devastante. La riprova è che lo stato di disabilità, la perdita di autonomia, riguarda il 6,1% della popolazione femminile e il 3,3% di quella maschile e, per citare testualmente lo studio, lo " svantaggio non si può giustificare unicamente con la maggiore longevità delle donne: infatti, a partire dai 65 anni, età in cui cominciano a registrarsi percentuali di una certa consistenza, lo scarto tra uomini e donne emerge in tutte le fasce d'età messe a confronto". E' evidente che se le malattie croniche sono l'aspetto più preoccupante con la disabilità che comportano non sembrano esserci misure particolari per meglio tutelare le donne dal punto di vista sanitario: fondo per la non autosufficienza, miglioramento della rete sociale sul territorio e le altre misure che chiunque, ormai, può citare a memoria sono indispensabili per tutti. Se poi si esce dalla sanità pura e semplice, sarebbe il caso che gli illustri editorialisti che hanno sostenuto la necessità di aumentare l'età pensionabile per le donne, o di ridurre la pensione, visto che vivono più a lungo, guardassero anche questi dati. E' quasi una questione di buon gusto.

Maurizio Imperiali




 



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