Tsunami: promesse da mantenere

11 febbraio 2005

Tsunami: promesse da mantenere



L'onda anomala che lo scorso 26 dicembre si è abbattuta su 11 paesi del sud-est asiatico ha provocato un disastro naturale di proporzioni apocalittiche. E' proprio l'entità del disastro ha determinato un massiccio sforzo di cooperazione internazionale. Del resto i numeri parlano di 214mila morti, tra i quali diverse migliaia di europei, più di 20mila dispersi e circa un milione e mezzo di senzatetto. In un quadro di simile devastazione il compito da affrontare per la comunità internazionale è improbo, per la difficoltà logistica di raggiungere alcune delle popolazioni colpite ma anche per le enormi esigenze a breve termine e per la necessità di quantificare quali siano quelle a lungo termine. Di questi aspetti si è occupato un editoriale apparso sull'ultimo numero del New England Journal of Medicine.

Logistica e coordinamento
Si tratta di una catastrofe che, pur nella sua vastità, rappresenta per molti aspetti un tipico disastro naturale. Questo significa che per le organizzazioni di cooperazione internazionale dovrebbe trattarsi di ordinaria amministrazione. Garantire i bisogni immediati su così larga scala rappresenta in massima parte un problema di logistica e di coordinamento. La zona attorno ad Aceh, ossia la più colpita dal disastro, continua infatti a presentare difficoltà per i soccorritori legate sia alla sua estensione sia all'inaccessibilità di certi punti. Ecco perché le proiezioni fatte dall'Organizzazione Mondiale della Sanità che ventilano un raddoppio di eventi fatali con la diffusione di malattie trasmissibili sono del tutto plausibili. Un altro aspetto - sottolinea l'editoriale - è dato dal numero sempre maggiore di organizzazioni che si trovano a operare sulla scena del disastro e dalla necessità, perciò, di ulteriore coordinamento. E' chiaro che associazioni come Medici Senza Frontiere già attive sul posto prima dello tsunami partono avvantaggiate. Identificare, invece, le priorità sanitarie è sicuramente meno complesso che superare gli ostacoli logistici. Le esperienze pregresse, infatti, hanno favorito la formazione di standard di assistenza umanitaria in almeno cinque settori chiave come: approvvigionamento e decontaminazione dell'acqua, nutrimento, scorte di cibo, servizi sanitari e protezione. Le esperienze passate hanno permesso anche di sfatare alcuni luoghi comuni sui disastri, come per esempio l'opinione diffusa che dai cadaveri possano spontaneamente originare epidemie. Un altro fatto assodato è che non sempre a inondazioni su così larga scala seguono epidemie, fenomeni che si possono verificare, invece, nei campi per rifugiati. E' infatti il sovraffollamento tipico di queste comunità di sopravvissuti sfollati, che vivono in condizioni igieniche precarie, ad aumentare il rischio di malattie epidemiche. Per questo, laddove possibile, sarebbe meglio evitare un eccessivo affollamento umano, trovando il giusto equilibrio tra la necessità di avere la popolazione da soccorrere il meno possibile dispersa e il contenimento del rischio di malattie contagiose.

Quali interventi
Gli interventi a breve termine - continua l'editoriale - si dovrebbero focalizzare sul rifornimento di acqua, almeno 20 litri per persona al giorno e sulla sua igienizzazione, per evitare colera, dissenteria e epatite A, quindi sulle vaccinazioni anti-morbillo, una priorità assoluta visto che nei campi per i sopravvissuti al maremoto le condizioni sono favorevoli alla diffusione del virus. Da tenere sotto controllo anche malattie come malaria o dengue, nonché la precoce diagnosi e la terapia di infezioni respiratorie acute, il tutto attraverso un sistema di sorveglianza epidemica. Un altro aspetto essenziale è che dalle cliniche d'emergenza si passi rapidamente a programmi di ricostruzione degli ospedali esistenti gravemente danneggiati, l'esistenza di sistemi paralleli potrebbe essere assai deleteria per la ricostruzione dei sistemi sanitari locali. Del resto, come premesso gli interventi a lungo termine sono meno chiari e definiti, ma forse addirittura più importanti. E' determinante così convertire le attività di soccorso in attività di ricostruzione e per farlo è fondamentale la collaborazione dei governi locali e della popolazione civile. Una popolazione, per altro, molto reattiva e per nulla "in ginocchio" dopo la catastrofe. L'ostacolo principale è la ricostruzione dei mezzi di sussistenza per popolazioni i cui redditi nella maggior parte dei casi sono fondati su pesca e agricoltura. Infine l'editoriale del New England sottolinea un altro aspetto, quello delle conseguenze psicologiche. Se, infatti, attivarsi per le emergenze sanitarie dovute a danni fisici e relativamente semplice, più difficile è impostare un intervento che affronti le esperienze di dolore, lutto e colpa che affliggono le popolazioni asiatiche. Nonostante l'enormità di questa emergenza - conclude l'editoriale - il mondo medico è più pronto che mai ad affrontare disastri di questo tipo, Quello che rimane incerto è quanto i paesi soccorritori riusciranno a supportare le necessità di ricostruzione a lungo termine, un aspetto in cui in genere si è latitato sempre di più. A parole si è vista grande generosità, ora si spera nei fatti.

Marco Malagutti


Fonte
VanRooyen M et al. After the Tsunami - Facing the Public Health Challenges. The New England Journal of Medicine, 352:435-438



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