Dalla 180 alla 181

18 aprile 2008

Dalla 180 alla 181



Nel 1978 nasceva la legge 180. Una legge di svolta, visto che per la prima volta il malato veniva sottratto all'internamento e affidato ai servizi pubblici, con il compito di mediare tra i diritti del malato e gli interessi della comunità sociale. Si assistette così alla graduale chiusura dei manicomi impedendone la costruzione di nuovi, anche se per avere il superamento definitivo dei manicomi bisogna attendere il 1994. Una legge rivoluzionaria visto che nel periodo manicomiale i malati mentali subivano ogni genere di violenza, come l'elettroshock forzato. Una condizione di mancanza di diritti, denunciata a più riprese negli anni '70 e superata grazie al movimento dell'antipsichiatria, di cui Franco Basaglia, il relatore della 180, è stato uno dei principali esponenti. La legge fu allora approvata tra dubbi, polemiche e incertezze. E a distanza di trent'anni le cose non sembrano essere molto cambiate.

I principi della legge
"Dopo trent'anni dalla sua approvazione siamo ancora in attesa della piena realizzazione della riforma introdotta con la legge 180, sulla quale sono ormai maturi i tempi per individuare possibili miglioramenti, fino a dire che si possa iniziare a ragionare sulla legge 181". Le parole di Claudio Mencacci, vice presidente della Società italiana di psichiatria (Sip) e primario all'ospedale Fatebenefratelli di Milano, sono inequivocabili. E come lui sono molti i pareri che vanno in questa direzione. Ma come la si potrebbe migliorare? Una premessa è d'obbligo. Come diceva in una recente intervista Carmine Munizza, specialista in malattie nervose e mentali, la legge 180 non è organizzativa ma di principi. Due i principi base. Il primo, quello principale, vede il superamento del manicomio vecchio stile per favorire invece il ricovero dei pazienti psichiatrici presso ospedali pubblici. Il secondo punto regolamenta il trattamento sanitario obbligatorio, il principio in base al quale al paziente che rifiuta di farsi curare può essere ricoverato non per un atto di ordine pubblico ma sanitario. I principi secondo molti esperti restano validi, ma è la loro applicazione che spesso latita.

Che cosa cambiare
In Italia, sottolineano dalla Società Italiana di Psichiatria, al di là dei buoni propositi regna la confusione. Il medico si trova così a dover gestire situazioni al limite dove l'atto medico si lega al fattore legale che spesso diventa l'elemento condizionante. Manca in più rispetto ad altri paesi il senso di cooperazione tra ciascun organo istituzionale interessato e delle norme chiare cui poter fare riferimento. In Gran Bretagna, per esempio, di cui si parla diffusamente in un altro articolo, il personale sanitario ha a disposizione una guida molto più chiara e ben articolata cui far riferimento. Non esistono cioè dubbi su chi, come, dove e per quanto tempo debba decidere per la salute mentale del proprio paziente, soprattutto per i casi più gravi. Un altro esempio illuminato citato dalla Sip è quello della Germania dove sono stati creati istituti di psicoterapia e psicoanalisi nei quali in day hospital si praticano cure di vario genere, da quelle farmacologiche a quelle alternative come la musicoterapia. Una modalità per reinserire il paziente nella società e nel sistema lavorativo. Un modo per sollevare le famiglie dal carico gravoso del malati, che è uno degli aspetti più discussi della legge. L'altro nodo riguarda il trattamento sanitario obbligatorio. Un problema che, dicono alla Sip, non può essere risolto ampliando a dismisura area e durata del ricovero obbligatorio. Servono strutture idonee alla riabilitazione dei pazienti e una politica che prenda sul serio il problema della Salute Mentale. Già la politica, qualcuno l'ha vista?

Marco Malagutti

Fonti
Associazione Italiana Psichiatri

Società Italiana di Psichiatria


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