Una società a rischio

09 settembre 2005

Una società a rischio



Sono 500000 mila, in Italia, i malati di schizofrenia, malattia psichiatrica che colpisce una persona su cento nel mondo senza distinzioni di classe sociale. Tutto tranne che un disturbo raro, perciò, con in più le difficoltà aggiunte da malati che richiedono un notevole impegno e importanti risorse. Per rendere l'idea in un anno i pazienti con schizofrenia ricevono in media tra i 10 e i 15 interventi tra attività clinica, psicoterapia e altri trattamenti, contro una media di 4-6 per i pazienti affetti da disturbi affettivi in genere. In un simile contesto anche l'atteggiamento dei clinici verso malattie come le psicosi, schizofrenia e disturbi consimili, sta cambiando profondamente. Oltre all'evoluzione della terapia farmacologica, infatti, si va delineando una diversa strategia di supporto psicoterapico. Ne è testimonianza un intervento assolutamente innovativo che si sta svolgendo a Milano, si chiama Programma 2000 e si occupa dell'individuazione e del trattamento degli esordi e dei rischi psicotici presso l'Ospedale Ca' Granda Niguarda di Milano. Ne parla la dottoressa Anna Meneghelli, che del programma è il coordinatore. Ma che cos'è il Programma 2000?

Programma 2000
"Si tratta - risponde la Meneghelli - di un programma per il riconoscimento e il trattamento degli esordi psicotici. Nasce grazie a un finanziamento regionale all'interno del dipartimento di salute mentale dell'Ospedale Niguarda. Il programma è rivolto a soggetti dai 17 ai 30 anni, nella prospettiva che le fasi iniziali siano determinanti per la patologia e per l'andamento futuro della persona". La schizofrenia si può prevenire perciò? "In alcuni casi sì", conferma la psichiatra. "E comunque sono i primi anni di manifestazione della malattia quelli nei quali si giocano le carte perché non cronicizzi. Le possibilità sono o di prevenirla o comunque di moderarla. Del resto è difficile parlare di malattia debellata, non c'è un rapporto causa effetto così preciso e non si conosce la causa della malattia. Si può agire, però, con una serie di interventi psicosociali che rendono la persona meno vulnerabile". Ma come e soprattutto quando si manifesta la malattia? "Da recenti ricerche - spiega la Meneghelli - emerge come nel 73 per cento degli ammalati i primi segnali si manifestino fino a due anni prima. Sono da tenere d'occhio sintomi come disturbi dell'attenzione e della concentrazione, depressione e ansia, ritiro sociale con l'interruzione dell'attività lavorativa, della scuola, delle amicizie. Oltretutto si tratta di anni (quelli tra i 17 e i 30) delicati, nei quali la persona si costituisce in modo definitivo e anche se non si può parlare di psicosi vera e propria si manifestano caratteristiche che interferiscono con lo sviluppo personale. Si tratta di un terreno di frontiera per l'intervento terapeutico. Poi c'è l'esordio della malattia vera e propria". Una fase in cui si dovrebbe essere presi in carico da strutture ospedaliere, giusto? "Si dovrebbe. Secondo le ricerche più attendibili al primo episodio solo un paziente su sei è preso in carico. Gli altri, una percentuale molto alta conducono, ma sarebbe meglio dire trascinano, una vita che è sottodimensionata. Il nostro programma cerca di compensare questa lacuna ed è unico nel suo genere". Perché? "Perché è l'unico programma - afferma con una punta di orgoglio la psichiatra milanese - sul territorio nazionale che studia un trattamento mirato senza lasciare che la malattia cronicizzi e senza medicalizzarla in modo estremo. Mi spiego, si cerca di offrire risposte specifiche in luoghi che non siano psichiatrizzanti. I nostri operatori girano senza camice e si rapportano nella maniera più "normale" possibile. E non esistono pazienti che si muovono nella struttura come "ruderi ambulanti", come succede nelle strutture psichiatriche dove spesso anche i giovani agli esordi vengono ricoverati. E non è accettabile". E come avviene il reclutamento dei pazienti?"Nella maggior parte dei casi su segnalazione esterna: altri servizi psichiatrici, la famiglia, la scuola, il medico di famiglia (per la verità molto poco spesso). Succede anche che sia lo stesso soggetto psicotico a presentarsi autonomamente. Dopodiché si effettua una valutazione sulla base di scale apposite che segnalano patologia e rischio. Il nostro, va sottolineato, è un sevizio zonale ma anche soprazonale". E che cosa succede all'interno della struttura?"Sensibilità e personalizzazione", dice la Meneghelli, "potrebbero essere le nostre parole d'ordine. I pazienti ricevono programmi personalizzati fatti, se è il caso, di trattamento farmacologico, di sostegno all'integrazione sociale. Vengono seguiti anche a scuola e in un caso un nostro assistito è arrivato fino a conseguire un dottorato di ricerca. La presa in carico dura cinque anni, dei quali i primi due molto intensi. Attualmente abbiamo 81 pazienti, di cui 38 all'esordio di malattia, l'età media è di 22-23 anni e sono più maschi che femmine (55 vs 26). Quanto ai risultati? "Un indicatore è sicuramente la soddisfazione della qualità della vita, il cosiddetto funzionamento sociale e le eventuali ricadute. Sono in corso ricerche sugli esiti del tipo di servizio e disponiamo di risultati preliminari. Dei 40 soggetti a rischio, comunque, conclude la dottoressa, nell'arco di 12 mesi, soltanto quattro sono evoluti in psicosi, 25 hanno migliorato il ruolo sociale, 15 hanno mantenuto il loro ruolo. Niente male no?" Si, decisamente.

Marco Malagutti



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