Roba da matti

09 settembre 2005

Roba da matti



Le cose sono molto cambiate da quando i matti li chiudevano nei manicomi. Negli anni '50 erano 100 mila i cittadini internati e l'istituzione manicomiale era una sorta di contenitore sociale dove veniva "parcheggiato", anche a vita, non solo chi aveva disturbi mentali, ma anche disabili gravi, disadattati, emarginati e alcolisti. L'internamento veniva subito dal paziente e deciso non tanto in base alla patologia psichiatrica ma al livello di pericolosità sociale, e poco aveva di terapeutico, se non in minima parte: proteggeva gli interessi della collettività sociale occultando le fasce marginali.

Le basi della 180
Alla fine della decade si delinea una corrente di de-istituzionalizzazione che mette in discussione le modalità di presa in carico dei pazienti psichiatrici e introduce concetti di territorialità, continuità terapeutica tra ospedale psichiatrico e territorio, lavoro di equipe, figure professionali che possono operare nella struttura ospedaliera, in ambulatorio, al domicilio e nelle strutture di accoglienza intermedia.
Emerge l'idea di prevenzione rivolta anche alle cause che minacciano la salute mentale di tutti non solo dei malati. Nasce un nuovo orientamento organizzativo basato sulla sanità territoriale piuttosto che su quella residenziale (cioè gli ospedali psichiatrici), in pratica si offrono alternative al ricovero-internamento. Queste premesse gettano le basi per la legge 180, che arriva nel 1978, che porta anche il nome di uno psichiatra, Franco Basaglia, promotore a Gorizia e Trieste del movimento anti-istituzionale. Vengono riconosciuti al malato bisogni e diritti che non devono essere in contraddizione gli uni con gli altri e il compito di rispondere ai bisogni di sussistenza viene sottratto all'internamento e affidato ai servizi pubblici che devono anche mediare tra i diritti del malato e gli interessi della comunità sociale. Promuove la creazione di servizi dotati di strumenti che possano indurre il paziente a scegliere di sottoporsi al trattamento senza dover ricorrere alla coercizione. La salute mentale diventa cioè un risultato sociale e il suo raggiungimento non deve passare attraverso l'obbligatorietà al trattamento. Si assiste alla graduale chiusura dei manicomi impedendone la costruzione di nuovi, ma per avere il modello di servizi e il superamento del residuo manicomiale bisogna attendere il 1994, quando un Decreto del Presidente della Repubblica viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Gli strumenti operativi
E' il Progetto-obiettivo 1994/96, sulla tutela della salute mentale, che definisce la strategia di intervento realizzando, tra le altre cose, il modello organizzativo del Dipartimento di salute mentale (DSM). Questo è a sua volta costituito da diverse strutture operative. Il Centro di salute mentale (CSM) è il luogo in cui viene elaborato il piano terapeutico. Un'equipe multidisciplinare opera in modo integrato nella prevenzione, nella cura e nella riabilitazione del paziente. Vengono valutate le richieste che provengono da utenti, famiglie, servizi sociali e medici di base. Il CSM ha una funzione di filtro e prevenzione dei ricoveri psichiatrici, si occupa di visite ambulatoriali, domiciliari, supporto psicologico, psicoterapie. Negli ospedali è presente il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (SPDC) che accoglie i pazienti ricoverati, indirizza le terapie farmacologiche, valuta la situazione personale e relazionale del paziente. I programmi riabilitativi e terapeutici possono essere realizzate in strutture semiresidenziali, in day hospital se sono a breve termine, in un centro diurno se a lungo termine e atte a evitare il ricovero. Per i cosiddetti cronici esistono strutture residenziali, piccole con non più di 20 posti letto, che si distinguono in comunità terapeutiche, case famiglia (o gruppi appartamento) e comunità alloggio. Con questi strumenti la legge 180 diventa operativa sul territorio, ma non senza difficoltà, sottolineate nel corso degli anni dalle associazioni di malati che denunciano il carico gravoso lasciato alle famiglie. Il nodo cruciale della discussione verte sull'obbligatorietà al trattamento. Con la legge 180 il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) subentrava solo in caso di crisi e non andava oltre i sette giorni, inoltre doveva essere formalizzato dal sindaco e dai carabinieri. La prima obiezione sollevata interessa i soggetti che anche se malati non hanno crisi, e che possono scegliere di non curarsi, in questo caso, dicono le associazioni, la patologia peggiora e tende a cronicizzare. Per andare incontro a queste esigenze ci sono state proposte di riforma della 180 tra le più recenti quella del 2002 che prolungava il TSO a due mesi, e introduceva il trattamento d'urgenza che dura fino a 72 ore ed è estendibile anche a persone in stato di intossicazione da alcol e droghe e per renderlo effettivo era sufficiente rivolgersi all'autorità giudiziaria.Il tentativo revisionista non ha avuto successo, e non è passato, probabilmente perché scontratosi con la tendenza a condividere il disagio del malato mentale anziché isolarlo in strutture chiuse e recintate. Il malato non è solo tale, ma un cittadino portatore di un bisogno, la cui soddisfazione non può essere delegata al manicomio/trattamento. E se le difficoltà non sono ancora state superate val la pena verificare la piena applicazione della legge 180, prima di trasformarla in qualcos'altro.

Simona Zazzetta



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