Psychofarmers

27 gennaio 2006

Psychofarmers



Chi meglio di un docente di storia moderna e di un neuropsichiatra infantile può ricomporre "la mitografia degli psicofarmaci in un'unica storia e accostare le ragioni chimiche del loro successo alla mitologia, non di rado sommessa dei loro effetti". Pochi si direbbe. Almeno dopo aver letto il libro Psychofarmers, scritto da Pietro Adamo, lo "storico", e Stefano Benzoni, il neuropsichiatra. L'assunto del libro è che lo psicofarmaco è componente niente affatto trascurabile della nostra cultura: dal cinema alla musica, dalla politica allo sport. Del resto il consumo degli psicofarmaci è in continuo aumento e stando agli ultimi dati dell'Osservatorio Nazionale sull'impiego dei medicinali nel triennio compreso dal 2000 al 2003 ha registrato un aumento del 75%. Un fenomeno, perciò, molto diffuso. Gli stessi autori parlano di 4 milioni di italiani. Ma come spiegarlo? La novità del libro sta proprio nell'affrontare il problema da un punto di vista multidisciplinare risalendo alle origini del consumo sempre più smodato di questi farmaci. Si trovano così accostati, in rigoroso ordine alfabetico e in un vero e proprio dizionario della psicofarmacologia, i più svariati personaggi da Marilyn Monroe a Francesco Cossiga, provenienti da ambiti del tutto diversi ma che in qualche modo sono associati alla psicofarmacologia. Accanto a questi personaggi, che, spiegano gli autori, permettono di teorizzare l'influenza della psicofarmacologia sull'immaginario collettivo, si trova una vera e propria guida agli psicofarmaci. Così per esempio del Metilfenidato, grazie allo zampino del neuropsichiatra, si trovano tutte le informazioni utili: dai meccanismi d'azione agli effetti collaterali, dai pericoli alle interazioni. Il testo, però, come sottolineano a scanso di equivoci gli stessi autori, non è una guida medica, non ha lo scopo di spiegare come utilizzare i farmaci in modo autarchico né di trattare le indicazioni cliniche approvate per ciascuna sostanza o prodotto commerciale. In più gli eventuali riferimenti alle indicazioni mediche delle sostanze o dei prodotti trattati non sono sistematici e non hanno alcuna pretesa di costituire una guida all'impiego clinico di dette sostanze. Come a dire non è un manuale per l'automedicazione. Il libro ha piuttosto un ruolo informativo e culturale nel senso più ampio della parola. Tenta cioè di affrontare un fenomeno di massa come il ricorso alla psicofarmacologia, con lo scopo di aumentare il senso critico di chi legge e, magari, considera la via chimica quella più facile per risolvere problemi esistenziali. Il tutto senza demonizzare i farmaci e con una serie di aneddoti gustosi e godibili. Si racconta così di Woody Allen, probabilmente il più celebre nevrotico del cinema contemporaneo o di episodi tristi come quello di Judy Garland, l'interprete di "Somewhere over the Raimbow" costretta come altri attori a prendere degli stimolanti dai produttori dei suoi film. Si parla, poi, della più stretta attualità, con il recente caso doping che ha riguardato i giocatori della Juventus, giovani e aitanti ma, a giudicare dal loro armadietto dei farmaci, malati come esistenzialisti e casalinghe frustrate. E ci sono anche voci di assoluto alleggerimento come quella dedicata al disneyano Zio Paperone, che in un episodio resiste alle tensioni del suo ruolo di fantastiliardario solo grazie a una "medicina per i nervi" in bottiglia frizzante. E se proprio si vuole il nozionismo scientifico in senso stretto si possono consultare voci come Valium o Prozac, farmaci descritti sia sotto il profilo storico sia sotto quello più strettamente medico. A rendere ancora più ricco il libro le illustrazioni che lo accompagnano: le originali illustrazioni pubblicitarie che dal 1900 a oggi hanno rappresentato il disagio psicologico. Le citazioni si sprecano e questa storia dello psicofarmaco, si può ben dirlo, è davvero per tutti i gusti.

Marco Malagutti




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