Psicoreattivi alla malattia

23 luglio 2008

Psicoreattivi alla malattia



Essere affetti da una malattia cronica spesso intacca le normali capacità funzionali, per esempio, per la disabilità e il dolore nell'artrite reumatoide o la stretta aderenza nella gestione del diabete. L'impatto di queste patologie può essere profondo e ripercuotersi negativamente sulla qualità di vita e il benessere, imponendo un riadattamento psicologico alla nuova situazione. Se molti riescono nel riequilibrio psicologico, per altri questa fase dura a lungo o non ha successo: è utile allora individuare il modo per favorirlo. A questo vuole contribuire una review su Lancet che ricapitola gli aspetti fisiologici, emozionali, comportamentali e cognitivi del riadattamento psicologico nelle malattie croniche. Gli elementi chiave di partenza identificati per la riuscita sono l'adattamento rispetto a disabilità, emotività e relazioni; l'assenza di turbe psicologiche; alti livelli di emozioni positive; uno stato attivo per esempio lavorativo; la soddisfazione e il benessere generali. Il punto è come raggiungere questi obiettivi. Quattro aree di adattamento vengono individuate dagli autori, psicologi olandesi, in base a una serie di ricerche.

Essere attivi e non inibire le emozioni
Il primo punto è mantenere una vita attiva a fronte di sintomi come debolezza, malessere, scarsa concentrazione, umore depresso, anedonia (disinteresse per cose piacevoli) o anoressia che nelle malattie croniche si legano ai processi infettivi e infiammatori. Gli effetti psicologici della patologia si legano infatti a citochine proinfiammatorie (come TNF alfa e interferon alfa), che si ritiene contribuiscano per esempio alla perdita di energia e all'irritabilità negli infartuati, alla depressione nel diabete, a problemi di memoria, depressione e ansia nel cancro. Nell'artrite reumatoide si è visto che bloccando il TNF alfa c'è un miglioramento della funzionalità fisica, della fatigue e della qualità di vita. L'inattività mediata dalle citochine è stata considerata un adattamento alla situazione patologica, per conservare le energie, ma può avere anche conseguenze negative per la malattia, per esempio nel diabete e nelle malattie reumatiche. Se fino a pochi anni fa si raccomandava il riposo nelle malattie infiammatorie croniche come l'artrite reumatoide, oggi si sa che l'esercizio calibrato sulle possibilità e le preferenze del singolo porta benefici fisici, funzionali e psicologici. Una seconda area è quella della regolazione emotiva, con un maladattamento nelle patologie croniche in genere di tipo inibitorio. L'espressione delle emozioni è spesso una componente degli interventi psicologici nei malati cronici: si è osservato che questo migliora l'adattamento fisico e psicologico, anche perché diminuisce il distress emotivo e facilita occasioni di supporto sociale e relazioni. Al contrario le emozioni non risolte sono negative per la loro salute e benessere, per via per esempio della cronica aumentata attività del sistema nervoso simpatico, o perché ritardano comportamenti di ricerca di aiuto o la comunicazione del disagio.

Autogestirsi nell'adattamento
Il terzo campo attiene all'autogestione nell'adattamento alla malattia cronica, coinvolgendo quindi la necessaria responsabilizzazione rispetto all'aderenza alle terapie, ai cambiamenti di stili di vita, ai comportamenti per prevenire complicanze sul lungo periodo. Gli studi mostrano che i malati che s'impegnano con la dieta, l'esercizio e altri aspetti virtuosi ne ottengono benefici rispetto ai sintomi, alle complicanze e alla funzionalità, meno nota è la relazione con il riadattamento psicologico. In effetti questa autogestione nella malattia cronica è spesso scarsa, per la difficoltà di cambiare abitudini o l'assenza di vantaggi immediati; un importante fattore di non aderenza, e quindi interferenza con il riadattamento psicologico, è poi la depressione, così come l'ansia, che causano un distress anche quando inferiori ai livelli diagnostici. Gli studi associano lo scarso adattamento a scarsa autogestione, altri mostrano che i malati che mantengono il buonumore sono più propensi a correggere gli stili di vita, e questo aumenta il benessere, e che la depressione può precedere la ridotta autogestione. Migliorare l'umore potrebbe dunque essere un intervento prezioso per l'autogestione nella malattia cronica. Infine, la quarta area è quella delle potenziali conseguenze positive della patologia cronica, sulle quali focalizzarsi. Queste persone infatti ricorrono a strategie cognitive per contrastare i riflessi negativi della malattia sul benessere, il che spiega perché in alcuni la qualità di vita è simile a quella di individui sani. C'è chi apprezza di più la vita o singole situazioni, o cambia le sue priorità, o migliora le relazioni: cambiamenti positivi riscontrati in casi di cancro, positività per l'HIV, artrite reumatoide, sclerosi multipla, infarto miocardico. Si tratta di ricalibrare la propria esistenza, con eventuali supporti psicologici come la terapia cognitivo-comportamentale. In generale, se il soggetto non ha grossi problemi psicologici, può però essere utile l'incoraggiamento dello stesso medico curante, nelle quattro direzioni citate: impegnarsi in attività gradite, conoscere le proprie emozioni, responsabilizzarsi all'autogestione, dare un nuovo senso alle cose.

Elettra Vecchia

Fonti
de Ridder D. e coll. Psychological adjustment to chronic disease. Lancet 2008;372:246-55.



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