Roba da infarto

12 dicembre 2003

Roba da infarto



Tra la malattia cardiovascolare e la psiche da sempre si pone un legame stretto anche se su questo pesa anche l'antica credenza che vuole il cuore sede delle emozioni. In modi diversi, l'ipotesi è sopravvissuta anche all'avvento della medicina scientifica, soprattutto nella ricerca di un parallelo tra la personalità dell'individuo, il suo atteggiamento nella vita di relazione in particolare, e il rischio di sviluppare la malattia coronarica e, poi, l'infarto. Inizialmente si era rintracciato un rapporto tra la personalità di tipo A e la maggiore esposizione all'infarto. Per tipo A si intende l'individuo ambizioso, competitivo, tendenzialmente aggressivo, impaziente e intollerante, in una parola iper-reattivo; tuttavia studi successivi hanno piuttosto smentito questo legame. Al suo posto, però, se ne è presentato un altro, vale a dire quello tra infarto e personalità di tipo D. Quest'ultima è un po' l'opposto del tipo A: reagisce esageratamente anch'essa alle sollecitazioni esterne sgradevoli ma, al contrario, tende a rinchiudersi e a non esprimere concretamente la reazione agli stressor. Le ultime ricerche parrebbero trovare nei soggetti tipo D cardiopatici un rischio da 4 a 8 volte superiore di malattia o morte, indipendentemente dagli altri fattori di rischio classici e, in più, sembrano trarre minori benefici dai trattamenti medici di tutti i tipi; ci sarebbe anche una spiegazione fisiologica: la reazione fisiologica allo stress attiva reazioni infiammatorie e questo a sua volta ha effetti negativi sull'apparato cardiovascolare del paziente. Però, appunto, del paziente: non ci sono prove che una persona sana ma stressata sviluppi ex-novo la malattia indipendentemente dalle altre cause.

Altre spiegazioni
Un'altra ipotesi che può spiegare l'effetto dello stress percepito viene da una ricerca britannica e segue una strada diversa: che cosa si associa alla personalità stressata? Per cominciare alcuni comportamenti negativi per la salute cardiovascolare: il fumo e l'elevato consumo di alcol, la scarsa propensione all'attività fisica di tipo ricreativo ma anche l'elevato livello di colesterolemia. Diversamente da quanto si aspettavano i ricercatori stessi, non c'era invece correlazione con l'elevata pressione arteriosa né con l'indice di massa corporea. In base a questa spiegazione non sarebbe tanto in causa lo stress in sè, quanto il fatto che la persona che vi è sottoposta attua alcuni comportamenti di alleggerimento potenzialmente pericolosi. Un'ipotesi meno affascinante, si fa per dire, ma piuttosto concreta.

Ma alla fine qualcosa c'è
A furia di piccoli studi, però, si rischia di perdersi e quindi c'è chi ha deciso di mettere insieme tutti i dati disponibili: la National Heart Foundation of Australia, che ha rivisto tutti gli studi disponibili sul tema stress, fattori psicosociali e malattia cardiovascolare. E' un lavoro recente ed è riuscito a giungere a delle conclusioni sia negative sia positive. Cominciando da quelle negative, viene smentito che le personalità aggressive siano più prone all'infarto, così come eventuali motivi di sofferenza legati all'ambiente lavorativo. Di per sé, un posto di lavoro ostile non può causare l'infarto (o l'angina, se è per quello) e lo stesso vale per i disturbi ansiosi, panico compreso: gli studi condotti non sono pochi, è vero, ma valutando i dati non ci sono collegamenti sufficienti. Le conclusioni positive non sono poche, per esempio la depressione clinicamente definita è realmente un fattore di rischio il cui peso cresce con la gravità della malattia: il rischio di un evento cardiovascolare è 1-2 volte superiore per la depressione minore e 3-5 volte superiore per la depressione maggiore. In pratica la depressione pesa quanto i fattori di rischio classici (ipertensione, fumo eccetera). E' anche dimostrato che singoli eventi stressanti, dalla privazione del sonno al verificarsi di un terremoto possono scatenare "l'attacco di cuore", ma questo non significa, come nel caso dei problemi lavorativi, che la cronica esposizione a stressor possa determinare lo sviluppo della malattia. Resta infine accertato che non avere rapporti sociali, essere isolati, oppure essere privati dei supporti sociali aumenta di gran lunga il rischio (da 1 a 5 volte a seconda della situazione).
Si potrebbe aggiungere, però, che se un ambiente lavorativo è così stressante da generare una depressione il cerchio si chiude... Insomma, stare male, sia pure psicologicamente, bene non fa, nemmeno alle coronarie...

Maurizio Imperiali


Fonti
Pedersen SS, Denollet J. Type D personality, cardiac events, and impaired quality of life: a review. Eur J Cardiovasc Prev Rehabil. 2003 Aug; 10(4):241-8. 

National Heart Foundation of Australia. "Stress" and coronary heart disease: psychosocial risk factors. MJA 2003; 178 (6): 272-276

Heslop P et al. Perceived stress and coronary heart disease risk factors: The contribution of socio-economic position. Br J Health Psychol. 2001 May; 6(Part 2):167-78


 



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