Ingordigia/la droga è nel frigo

23 dicembre 2004

Ingordigia/la droga è nel frigo



Le vie del piacere sono infinite, ognuno scelga la propria. Qualcuno ha scelto il cibo, come consolazione ai dispiaceri della vita, come risposta allo stress quotidiano o come semplice momento di soddisfazione dei propri sensi. Fin qui tutto bene, ma se questa attività diventa più di un'occasionale abitudine, cioè una prassi, le cose si complicano, e vengono coinvolti meccanismi fisiologici e psicologici difficili da gestire.

Perché mangiare
I centri di controllo dell'alimentazione sono localizzati nell'ipotalamo: nel nucleo ventrale-mediale si trova il centro della sensazione di sazietà, il nucleo laterale regola l'assunzione di cibi. L'attività dei centri è coordinata da stimoli periferici: dilatazione gastrica, colecistochinina, somatostatina, calcitonina, insulina e glucagone.
Tali segnali sono elaborati a livello del cervello mediante l'attività di neurotrasmettitori: monoamine e neuropeptidi. Del primo gruppo sono note la noradrenalina, che stimola l'assunzione di cibo, in particolare di carboidrati, la serotonina, che induce senso di sazietà e la dopamina il cui ruolo è importante nell'equilibrio tra soddisfazione e desiderio di cibo, e, inoltre, si pensa che stimoli l'assunzione di cibi proteici. Ampiamente diffusi sono i peptidi oppioidi, che vengono liberati in seguito a situazione di stress fisico e mentale facendo aumentare il turn-over della serotonina e quindi stimolando l'assunzione di cibo. La stessa azione è stata riconosciuta al neuropeptide Y.
Nella normalità, mangiare è un'azione modulata dal ciclico alternarsi di fame e sazietà: la fame si sviluppa lentamente e periodicamente e, se non si è nelle condizioni di soddisfarlo, il desiderio di cibo aumenta, ma non ci sono condizionamenti delle attività in atto né compaiono segnali di stress o di bramosia ossessiva.

Food addiction
La dipendenza da cibo (food addiction) ha un percorso leggermente diverso. Il desiderio (craving) di cibo spinge a mangiare; dopo aver mangiato segue una fase di soddisfazione durante la quale si percepisce piacere, energia e si ha un aumento dell'attività. Quando il desiderio ricompare si sviluppa velocemente fino a sintomi di astinenza, che condizionano la quotidianità del soggetto. In queste condizioni la dopamina subisce un turn-over più rapido abbassando il grado di soddisfazione che deriva dall'assunzione di cibo. La periodicità con cui si presenta nuovamente il craving dipende dalla durata dei livelli di dopamina e serotonina, e solitamente varia da pochi minuti a qualche ora.
Le forme di disturbo dell'alimentazione, raggiungono l'eccesso nella bulimia e nell'anoressia, due aspetti contrastanti dello stesso problema che si manifestano con sintomi diversi e meccanismi fisiologici peculiari. Nel primo caso, l'assunzione di cibo è eccessiva e frenetica spesso seguita da induzione, anche volontaria al vomito, le "abbuffate" sono organizzate in segreto e consumate in solitudine. I soggetti anoressici, invece, rifiutano il cibo e sono ossessionati dal loro aspetto fisico e dalla paura di ingrassare.

Cioccolato, un caso a parte
Una posizione di riguardo, nell'assuefazione al cibo, è occupata dal cioccolato, in tutte le sue forme, al punto da parlare di "cioccolatismo": l'attrazione edonistica ricorda quella di persone assuefatte a droghe e alcol.
I "cioccolatisti" ne mangiano grandi quantità senza controllo, per migliorare l'umore, per vincere la depressione: l'aroma, il sapore e la consistenza certamente aiutano, ma spesso vivono un forte senso di colpa dopo averlo consumato.
C'è da chiedersi se contiene sostanze che interagiscono con l'organismo, è, infatti, oggetto di bramosia soprattutto di donne e i picchi corrispondenti al periodo perimestruale, suggeriscono un'implicazione ormonale.
Per quanto il dibattito non sia ancora risolto, alcune ricerche hanno rilevato la presenza di anandamide (una sostanza che induce piacere prodotta dal cervello), 2-arachidonoilglicerolo, N-acetiletanolamine, composti che amplificano gli effetti dell'anandamide. Anche se gli stessi ricercatori hanno affermato che le dosi sono irrilevanti, si può affermare che il cioccolato resta qualcosa di meno di una droga ma qualcosa in più di un alimento.

Simona Zazzetta


Fonti
Terza conferenza nazionale sui problemi connessi con la diffusione delle sostanze stupefacenti e psicotrope - Genova, novembre 2000

J Am Diet Ass, ottobre 1999; 99 (10), pagg 1249-56



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