Superbia/l'uomo nell'alto castello

20 giugno 2008
Focus

Superbia/l'uomo nell'alto castello



Questo non vuole essere un furto perpetrato ai danni di Philip K. Dick, ma un prestito, perché se è il titolo suggestivo di un romanzo di fantascienza, è, nel contempo, una sintetica, realistica descrizione del superbo: in bella mostra indolentemente (per citare Mallarmé e la bella serena ironia del sempiterno azzurro), solido e imponente, perfettamente adeguato (è l'ambiente nel quale è inserito, che eventualmente stona), irraggiungibile, inattaccabile.
Il superbo (la superba) vive in mezzo agli altri, ma tiene in nessun conto loro e ciò che li riguarda. Lo scenario che si apre di fronte ai suoi occhi è l'orizzonte, poiché nessuno riesce a frapporsi tra lui e le vicende terrene del sole. Le sue decisioni sono prese comunque indipendentemente dagli altri, e se qualcosa concede, lo lascia cadere da vette così elevate da apportare tanto beneficio quanto arreca danno.

E chi ha bisogno degli altri?
Non ha bisogno degli altri che quasi lo infastidiscono con la loro presenza; costoro sono solo pedine di un gioco troppo lontano e noioso, che non è il suo gioco. Esiste infatti una certa qual differenza tra l'essere superbo oppure narcisista, due termini che talvolta vengono utilizzati per etichettare il medesimo individuo ignorando sfumature di rilievo nell'ambito delle relazioni umane. Il narcisista gode della propria (supposta) grandezza, della propria (vantata) unicità, delle proprie capacità (ritenute) illimitate, ed ha bisogno degli altri perché dalla loro svalutazione emerge il suo valore o la conferma della propria illimitata considerazione di sé. Se contempla sulla superficie dell'acqua la propria immagine lo fa ripetendosi quanto siano d'aspetto sgradevole gli altri.
Il narcisista è un uomo che incede in un mondo di omuncoli. Solo di rado incontra altri esseri unici come lui e con questi si rapporta da pari a pari, sfiorando la presuntuosità e la vanagloria.
Il superbo, dal canto suo, avanza in un mondo vuoto. Egli è completo in sé. Due superbi non possono incontrarsi per definizione, poiché il superbo è non solo unico, ma solo. Qualora la vita lo ponga di fronte a questa palese violazione della realtà, la risposta è la disconferma della relazione, quasi che l'altro non esista.
Non mostra empatia, non si abbassa a comprendere. Accetta le regole perché sono create da lui e le Regole perché sono per necessità come egli è per necessità.

Come un buco nero
Il superbo è come un buco nero: intorno all'uno si crea un'aria di sacralità e di inviolabilità (più ancora che di antipatia) che plasma la realtà come intorno all'altro si deformano e si ripiegano lo spazio e il tempo.
Dunque, il suo vero peccato risulterebbe essere la sua totale inutilità, se non fosse per un particolare non trascurabile: il superbo è un trascinatore passivo. Frotte di narcisisti lo individuano come un altro soggetto unico con il quale relazionarsi per creare il gruppo degli optimi inter impares; moltitudini di individui che si sentono schiacciati e abusati, oggetto di ingiustizie e di violazioni, riconoscono nella sua indifferenza il segno del potere, di una forza finalmente vendicatrice. Come muterebbero le cose se nell'esteriorità dell'indifferenza cogliessero le tinte del disprezzo, vedendo in chiaro ciò che sembra nobile come altero, ciò che pare orgoglio come presunzione.
Così, invece, il superbo agisce per sé, e i suoi seguaci ignorati deducono, interpretano, adeguano, reagiscono, pianificano,... in risposta al nulla.
La superbia è il peccato del rifiuto: rifiuto del confronto, rifiuto della compartecipazione, rifiuto dell'appartenenza, rifiuto di una natura che, in quanto ente superiore e quasi divino, giustifica la relazione superbia/oltracotanza.
Ma forse, la superbia è solo un bel costume per mascherare la debolezza.
Rifiuto del confronto, infatti, può anche significare incertezza relativa alle proprie capacità e timore di non riuscire a difendere la propria posizione o il proprio ruolo. Meglio non gareggiere se si mette in conto la possibilità della sconfitta; e, dunque, perché non farlo certi del fatto che comunque si risulterebbe vincitori? Non facendolo, non si sarà mai contraddetti.

La paura di non essere accettati
Il rifiuto della compartecipazione sottende una certa forma di egoismo per la quale ciò che è stato faticosamente ottenuto in prima persona non può e non deve essere concesso in usufrutto ad altri, rei di non essersi spezzati la schiena per ottenere altrettanto. Ma è anche la paura di essere avvicinati solo per ciò che si può dare, per cui è meglio votarsi alla solitudine come atto preventivo e tenere tutto per sé. Un proverbio orientale recita che tra le cose inutili al mondo c'è anche la saggezza di chi sia troppo modesto. Non parrebbe essere molto più utile la saggezza di chi al contrario sia molto superbo.
Il rifiuto dell'appartenenza rispecchia, in un certo senso, il timore di non essere accettati con i propri umani limiti, l'incapacità di sopportare un rifiuto o una frustrazione oppure il vissuto di inadeguatezza che spesso accompagna il primo intessere una relazione. Perché non creare allora una condizione nella quale non si abbia bisogno degli altri?
Se così fosse, il superbo finirebbe con l'essere un peccatore per difesa e verrebbe punito in vita con il rischio onnipresente che il suo castello crolli su se stesso all'improvviso lasciandolo indifeso e vulnerabile alla sostanza delle sue paure.
Ma è comunque difficile vedere in un superbo un pover'uomo.

Diego Inghilleri
psichiatra




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