In vetta senza fiato

11 febbraio 2005

In vetta senza fiato



Mal di montagna, non esiste in italiano una denominazione diversa. D'altra parte, vista la natura del disturbo è giusto che sia così. Infatti si tratta di una vera e propria sindrome che coglie chi passa rapidamente dal livello del mare o comunque da quote al massimo collinari, ad altitudini superiori ai 2500-3000 metri. Peraltro, l'indicazione della quota è abbastanza relativa, in quanto il limite oltre il quale scatta il disturbo è legato anche alle caratteristiche individuali. Le manifestazioni, quelle più comuni, sono abbastanza evidenti. Mal di testa, spossatezza e difficoltà respiratorie sono le caratteristiche della forma lieve, cioè fortunatamente la più comune. La causa del malessere è, come intuibile, da ricercarsi nella ridotta ossigenazione dell'atmosfera alle quote più alte, condizione che l'organismo può senz'altro tollerare, ma a patto che esista una gradualità nel passaggio, così da permettere i cambiamenti fisiologici necessari. Peraltro, la rapidità non basta da sola una volta raggiunte le alte quote è necessario restarci per qualche ora almeno, e soprattutto passarvi la notte, perché si presentino i sintomi descritti prima. Per questo chi passa rapidamente alle alte quote con gli impianti di risalita ma poi ridiscende subito con gli sci difficilmente prova questi disagi.

Può anche essere grave
Fin qui la versione lieve del disturbo, ma va tenuto presente che nei casi gravi si possono presentare edema polmonare e cerebrale, dopo qualche ora o dopo qualche giorno, a seconda dell'altitudine e della rapidità con la quale è stata raggiunta. E' evidente che a soffrire delle conseguenze più gravi è chi soffre di malattie che possono già di per sé ridurre la capacità di ossigenazione: bronchite cronica, asma, cardiopatie in genere.A dispetto di quanto si ritiene è difficile poter prevenire in assoluto il mal di montagna attraverso l'allenamento o l'alimentazione. In effetti l'allenamento può aumentare la resistenza fisica, ma resta il fatto che a seconda delle condizioni di partenza l'acclimatazione, più o meno lunga, è necessaria. Può aiutare invece l'abituarsi a medie altitudini in previsione di trasferte a quote superiori. E' invece buona regola evitare gli sforzi più intensi, aspettando per impegnarsi a fondo che i sintomi siano rientrati. Se il disturbo non tende a regredire, e si prevede di dover passare la notte in montagna, meglio scendere a quote più basse: 500 metri il più delle volte sono sufficienti. Quanto alle cure, sono due le sostanze che hanno dimostrato una certa efficacia nei confronti del disturbo: il desametasone, un cortisonico, e l'acetazolamide che ha una certa funzione preventiva. Non ha mostrato invece alcun effetto il Ginkgo biloba.In ogni caso, il mal di montagna nella sua forma lieve è transitorio, e una volta che l'organismo si è adattato, non si ripresenta, a meno di aumentare ulteriormente di quota. C'è anche il rovescio della medaglia: i meccanismi di adattamento messi in campo si rivelano, una volta ritornati al piano, un surplus di capacità aerobica. Del resto, ai bei tempi del doping ingenuo, non a caso i fondisti andavano ad allenarsi a Città del Messico...

Davide Minzoni

Fonti
West JB; American College of Physicians; American Physiological Society. The physiologic basis of high-altitude diseases. Ann Intern Med. 2004 Nov 16;141(10):789-800.

Bartsch P et al. Acute mountain sickness: controversies and advances. High Alt Med Biol. 2004 Summer;5(2):110-24.




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