Se è inutile non si fa

19 dicembre 2003
Focus

Se è inutile non si fa



In medicina le evidenze sono il vero tormentone del mondo scientifico internazionale, il terreno di gioco su cui ogni ricercatore deve confrontarsi con gli altri.
Nella sanità pubblica, invece, la frase ricorrente in tutto il mondo è: "bisogna fare economia".
Eppure i due termini non sono in antitesi anzi, a ben guardare, sono strettamente interdipendenti, non potendosi realizzare vera economia senza evidenze scientifiche a supporto e viceversa. Nel linguaggio delle scienze, evidente non è ciò che si può vedere ma solamente ciò che si può dimostrare attraverso una ricerca. Le ricerche più significative sono poi pubblicate da riviste scientifiche specializzate, che ne avvallano la credibilità: questo, in breve, è il significato di medicina basata sulle evidenze. Le evidenze ci dicono anche che i ritrovati più recenti, in campo diagnostico e terapeutico, hanno spesso costi superiori a quelli dei mezzi d'impiego standard. Costi giustificati dalla difficoltà di scoprire qualcosa di davvero innovativo senza avvalersi di sofisticate tecnologie. 

Economico se è più efficace
Quando si tratta di sanità pubblica si ha a che fare con numeri grandi: occuparsi di milioni di persone implica per forza cifre con molti zeri. Il risparmio perciò, non può essere inteso considerando semplicemente il costo unitario di ciascuna prestazione. Il reale costo di un intervento è il risultato di una sottrazione: al costo unitario, moltiplicato per tutti i cittadini che ne hanno usufruito, vanno sottratte le spese risparmiate grazie ai benefici guadagnati in termine di salute della popolazione. Al contrario, un intervento non adatto a garantire riscontri concreti, in termini di prevenzione e tutela della salute comune, diventa un investimento a fondo perso. È il caso, per esempio, del LISA, il Libretto di Idoneità Sanitaria per Alimentaristi, documento di certificazione introdotto nel 1962, da rinnovarsi annualmente, che ora si appresta a diventare un reperto della storia della sanità italiana. 
Quando venne introdotto, infatti, il Libretto Sanitario era adeguato e utile al contesto italiano dell'epoca: la prevenzione della diffusione di malattie infettive attraverso la catena della produzione alimentare, in una fase in cui il veicolo principe degli agenti infettivi era l'uomo. Offriva inoltre, prima della Riforma sanitaria del 1978, un'occasione sanitaria anche agli stessi lavoratori del comparto, che erano esclusi da altre forme di tutela.
Alla luce delle conoscenze attuali, però, e della minore diffusione di certe malattie infettive (tubercolosi, tifo, paratifo), una visita medica e alcuni esami di laboratorio, una volta l'anno, non sono più una misura di prevenzione efficace. Oggi i pericoli per la filiera alimentare sono ben altri e mantenere il LISA significherebbe perpetrare uno spreco afinalistico: di risorse diagnostiche, di tempo per i medici coinvolti, di tempo per i lavoratori che devono sottoporsi alla certificazione ogni anno. Costi sanitari diretti che possono essere destinati a interventi più mirati; costi indiretti, quelli per gli spostamenti e le ore di lavoro perse, che graverebbero inutilmente sui professionisti del comparto alimentare.
La "condanna" ufficiale arriva da un lavoro svolto dalla ASL 10 di Firenze che ha raccolto e confrontato alcuni studi scientifici internazionali e un'analisi italiana costo/beneficio del 1989. Nel 2003 perciò, la Toscana per prima, e molte altre regioni poi, hanno abolito sia il rilascio sia il rinnovo del LISA. Questa decisione è un ottimo esempio di tutela della salute e delle finanze pubbliche basata sulle evidenze. Inoltre la certificazione viene sostituita e implementata da programmi più efficaci: educazione e aggiornamento, per garantire il rispetto di comportamenti igienico-sanitari corretti da parte dei lavoratori coinvolti.

Elisa Lucchesini


Fonte

Laboratorio di Epidemiologia dell'Istituto Superiore di Sanità 



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