Che cos'è il mobbing

30 aprile 2003

Che cos'è il mobbing



Mobbing; un termine anglosassone piuttosto in voga, che indica un complesso di comportamenti arroganti attuati da pochi e subiti dai più, che si manifestano proprio nei luoghi di lavoro, ambienti nei quali, in non rari casi, si trascorre la maggior parte della propria vita. Comportamenti che, in parole povere, si traducono in problemi di salute fisica e mentale tutt'altro che banali. Se negli ultimi anni di mobbing se ne parla con maggiore attenzione anche in Italia, in America esistono organizzazioni consolidate per le vittime del sopruso e si pubblicano manuali per identificare e combattere i prepotenti o, addirittura, per imitarli.
 
Chi e come
Non è detto che sia il solito capoufficio a perpetrare vessazioni nei confronti di un subalterno, ma anche un collega può dar vita a una situazione di questo genere nei confronti di un suo pari in qualifica. La tipologia della molestia è differente e fantasiosa, a volte persino corredata di tattiche di aggressione. Forse per prime ne hanno sofferto le donne, colpevoli, come sempre, di essere oggetto di attenzioni e proposte non richieste e quindi non ricambiate. Ma oggi la distinzione è caduta, e uomini e donne possono essere indifferentemente vittime o attori nell'immaginario infinito di questo nuova forma patologica che rientra a buon diritto nelle malattie correlate al lavoro. Infatti, si tratta di una vera e propria malattia: con sofferenza psicologiche e fisiche della vittima del maltrattamento. Tant'è che all'analisi, alla prevenzione e alle cure sono interessati gli psicoterapeuti in primo luogo, i sociologi, gli studiosi e i controllori degli ambienti lavorativi anche dal punto di vista del datore di lavoro. 

Ma chi l'ha detto?
Se da un lato il problema è di pressante attualità, dall'altro esistono documenti che si riferiscono ai primi fenomeni osservati e studiati circa quarant'anni fa. Il primo ad occuparsene, dal punto di vista medico e scientifico, fu il professor Heinz Leymann (medico di famiglia svedese) che negli anni '60 individuò e descrisse manifestazioni di "bullismo" da parte dei bambini proprio nell'ambiente scolastico. Oggi Heinz è considerato il massimo esperto internazionale in tema di mobbing negli ambienti di lavoro. Dalle sue numerose osservazioni e da altre sono emerse alcune evidenze delle molteplici manifestazioni anche fisiche che si possono notare sulla vittima. Per esempio, gastriti e ulcere gastriche da stress, cattiva digestione, ansia accompagnata da tachicardia, cefalea ricorrente, disturbi intestinali (coliti spastiche) e persino eritemi cutanei ricorrenti (esantema neurogeno). Un lungo elenco di disturbi che aggravano la tendenza all'isolamento della persona colpita.
In Italia, in ogni caso, tutto (osservazioni e evidenze) è più recente e non per questo si parte in svantaggio. Di fatto, esistono alcune sentenze della Corte di Cassazione (e molte cause sono ancora in atto) con relative emanazioni di sentenze che si rifanno all'articolo 2087 del Codice Civile ai sensi del quale il datore di lavoro deve adottare tutte le misure necessarie a tutelare l'integrità non solo fisica ma anche morale del lavoratore (vedi link vari per approfondimento). 

Insomma, ciò che è più importante, è scegliere una via sicura di risoluzione. Ovvero, più che improntare strategie rivendicative di offesa verso il "bullo", collega o superiore in grado che sia; è meglio avere dei punti di riferimento. I mezzi e gli specialisti ci sono e secondo gli psicologi che si basano sulla terapia cognitivo comportamentale, la strada vincente è quella di fare tesoro anche di un'esperienza negativa per riprendere il proprio posto; magari cercando d'identificare in se stessi, e prima possibile, i segni dello stress ricorrente, il desiderio di isolarsi dai colleghi o peggio ancora la voglia di scatenare una rabbia a lungo repressa. 

Patrizia Maria Gatti


Fonti
L'enciclopedia del Mobbing di Leymann (in inglese)

Tutto sul mobbing a cura della sezione salute e sicurezza della CGIL

Lyn Quine Workplace bullying in NHS community trust: staff questionnaire survey. The British Medical Journal; 1999; 318: 228-232



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